Tumori resistenti: la scoperta della Sapienza che potrebbe potenziare l’immunoterapia

di Francesca Clary

Una nuova ricerca coordinata dall’Università Sapienza di Roma offre una notizia incoraggiante nel campo dell’oncologia e dell’immunoterapia, individuando un meccanismo che potrebbe contribuire a rendere più efficaci i trattamenti contro alcuni tumori particolarmente resistenti. Lo studio, pubblicato sulla rivista scientifica Journal for ImmunoTherapy of Cancer, ha identificato il ruolo della proteina TGFBI (Transforming Growth Factor Beta-Induced), una molecola che agisce come un vero e proprio freno delle difese immunitarie, favorendo la crescita e la sopravvivenza delle cellule tumorali.

Una scoperta che apre nuove prospettive nella lotta contro il cancro

La scoperta rappresenta un importante passo avanti perché apre la strada allo sviluppo di nuove terapie capaci di riattivare il sistema immunitario e potenziarne l’azione contro il cancro. Negli ultimi anni l’immunoterapia ha rivoluzionato la cura di molte forme tumorali grazie all’introduzione di farmaci innovativi, come gli anticorpi monoclonali diretti contro i cosiddetti “immune checkpoints”, meccanismi biologici che limitano l’attività delle cellule immunitarie. Questi trattamenti hanno consentito risultati straordinari in numerosi pazienti e hanno portato all’assegnazione del Premio Nobel per la Medicina nel 2018 agli scienziati Tasuku Honjo e James P. Allison. Tuttavia, non tutti i pazienti riescono a beneficiare di queste terapie. In particolare, nei cosiddetti “tumori freddi”, come molti carcinomi del colon-retto e del fegato, il sistema immunitario fatica a riconoscere e attaccare efficacemente le cellule cancerose, rendendo meno efficaci i trattamenti disponibili.

TGFBI: la proteina che aiuta i tumori a sfuggire alle difese immunitarie

Proprio per comprendere meglio le ragioni di questa resistenza, i ricercatori della Sapienza hanno analizzato il cosiddetto secretoma tumorale, ossia l’insieme delle sostanze rilasciate dalle cellule presenti nell’ambiente che circonda il tumore. Attraverso avanzate analisi proteomiche, gli studiosi hanno scoperto che la proteina TGFBI svolge un ruolo centrale nel proteggere il tumore dall’attacco delle difese immunitarie. Questa molecola agisce come una sorta di “scudo molecolare”, creando condizioni favorevoli allo sviluppo della malattia e limitando la capacità del sistema immunitario di reagire. I risultati della ricerca, coordinata dal professor Vincenzo Barnaba, evidenziano inoltre che livelli elevati di TGFBI sono associati a una minore aspettativa di vita nei pazienti oncologici. La proteina viene prodotta non solo dalle cellule tumorali, ma anche da diverse cellule immunitarie presenti all’interno del tumore, contribuendo ulteriormente a creare un ambiente che favorisce il progredire della malattia.

Cosa accade quando viene bloccato il “freno” del sistema immunitario

L’aspetto più promettente dello studio riguarda però quanto osservato nei test sperimentali: quando i ricercatori hanno bloccato l’azione della proteina TGFBI, i linfociti T, le principali cellule del sistema immunitario incaricate di riconoscere e distruggere le cellule tumorali, hanno recuperato la loro capacità di azione. Una volta rimosso questo freno biologico, le cellule immunitarie sono tornate a migrare verso i tessuti colpiti e a contrastare in modo più efficace il tumore.

Nuove terapie all’orizzonte per i pazienti oncologici

Si tratta di un risultato particolarmente significativo perché dimostra come il sistema immunitario conservi un grande potenziale di difesa che può essere riattivato intervenendo sui meccanismi che ne ostacolano il funzionamento. Questa scoperta apre quindi prospettive concrete per lo sviluppo di nuovi farmaci in grado di bloccare selettivamente la proteina TGFBI, offrendo una possibile alternativa terapeutica soprattutto ai pazienti che non rispondono agli attuali trattamenti immunoterapici. Le potenzialità non si limitano a questa singola molecola. I ricercatori stanno infatti proseguendo gli studi per identificare altri checkpoint immunitari presenti nel secretoma tumorale e sviluppare un ampio ventaglio di strategie capaci di ripristinare le difese naturali dell’organismo contro diverse forme di cancro.

Una collaborazione internazionale per accelerare la ricerca

Il lavoro è stato reso possibile grazie al sostegno di importanti finanziamenti, tra cui quelli della Fondazione AIRC e del programma CRUK Hepatocellular Carcinoma Expediter Network (HUNTER) Accelerator Award, e alla collaborazione di numerosi centri di eccellenza italiani e internazionali, tra cui l’Istituto Superiore di Sanità, l’Istituto Tumori Regina Elena di Roma, l’Ospedale Pediatrico Bambino Gesù, il Cancer Research Centre di Lione e la University College London. La buona notizia che emerge da questa ricerca è che la scienza continua a individuare nuove strade per superare i limiti delle terapie esistenti e migliorare le opportunità di cura per milioni di persone. Comprendere sempre meglio i meccanismi che consentono ai tumori di sfuggire alle difese immunitarie significa infatti avvicinarsi a trattamenti più efficaci, personalizzati e capaci di offrire una migliore qualità di vita ai pazienti. Come evidenzia lo studio, ogni nuova scoperta rappresenta un tassello fondamentale nella costruzione di un futuro in cui il sistema immunitario possa diventare un alleato sempre più potente nella lotta contro il cancro.