Samarcanda: dove l’azzurro è ovunque 

C’è un momento preciso in cui il mito si trasforma in pietra, mosaico, maioliche  e polvere dorata.  Accade quando ci si ritrova al centro del Registan, la monumentale piazza di Samarcanda, circondati da tre imponenti madrase che sembrano sfidare il cielo con le loro geometrie turchesi.

Descritta per secoli dai viaggiatori come un miraggio irraggiungibile, cantata da Vecchioni negli anni Settanta come luogo lontanissimo e favolistico dove è possibile persino scampare alla morte, la capitale dell’impero di Tamerlano conserva intatta un’aura leggendaria che continua a dominare l’immaginario culturale dell’Asia Centrale.

Crocevia secolare della Via della Seta e punto nevralgico di incontro tra Cina ed Europa, questa celebre città dell’Uzbekistan, vista e descritta anche da Marco Polo, ha sempre avuto un’anima commerciale tinta però da mito e leggenda.

Fondata difatti lungo l’antico tracciato della Via della Seta, Samarcanda (l’antica Marakanda dei greci) ha vissuto il suo massimo splendore sotto il regno del sultano Timur e dei suoi successori. Il XV secolo fu l’epoca d’oro del cosiddetto “Rinascimento timuride”: un secolo straordinario di fioritura per le arti, le lettere e le scienze che influenzò profondamente l’intero mondo islamico. Passeggiando oggi tra i vicoli della città, si respira ancora quell’eredità scientifica e artistica che le hanno dato una fama eterna. Dal monumentale mausoleo detto in persiano Gur-e-Amir ovvero “Tomba del Re”, capolavoro assoluto dell’architettura islamica che custodisce le spoglie del grande condottiero Tamerlano, fino ai resti dell’osservatorio astronomico di Ulugh Beg, Samarcanda si rivela come un antico laboratorio, fucina di arte e di scienza.

Tuttavia, il patrimonio della città uzbeka non è racchiuso solo nei monumenti tutelati dall’Unesco. La vera anima della città sopravvive nei suoi storici laboratori artigianali dove la manualità diventa superba creatività artistica. Nelle periferie verdeggianti, i maestri cartai continuano a fabbricare la celebre carta di seta seguendo tecniche risalenti all’VIII secolo, mentre i laboratori tessili tramandano la produzione di preziosi tappeti annodati a mano, tinti esclusivamente con pigmenti naturali. Presso i mercati cittadini, vivaci e profumati di spezie, si vendono ancora i tessuti colorati e le sete che un tempo spingevano i primi mercanti cinesi ad affrontare le vie perigliose dei deserti e delle montagne.

Oggi la città vive una nuova e ambiziosa fase di transizione verso il futuro ancorato sempre al suo passato millenario.

Se da un lato il turismo culturale è in forte espansione, dall’altro Samarcanda, una delle più antiche città del mondo che conserva nel suo etimo il significato di “fortezza di pietra”, si sta aprendo a moderne infrastrutture e partnership internazionali con la nascita, ad esempio, di nuovi complessi turistici pedonali che riproducono in scala le atmosfere medievali della Via della Seta.

Come scriveva lo storico Franco Cardini, questa città resta un sogno color turchese: il simbolo eterno di un mondo in cui è possibile che Oriente e Occidente si incontrino, punto di congiunzione di culture non in conflitto, sulla linea di un orizzonte blu, dipinto di blu.

di Carla De Giovine