Trekking terapia: quando camminare cambia la prospettiva

Questa estate ho fatto trekking, un percorso che portava al Lago di Pilato situato sul Monte Vettore, nel Parco Nazionale dei Monti Sibillini, ad un’altitudine di 1.941 metri sul livello del mare. Partenza alle 7.30 da Foce, 945 metri sul livello del mare. Se la matematica non è un’opinione sono 1000 metri di dislivello, 1000 metri di salita. Solo salita.

La leggenda vuole che Pilato dopo la sua morte sia stato trascinato qui, luogo di demoni e portale su altre dimensioni, in questo lago e per secoli, stregoni, alchimisti e curiosi sono venuti in pellegrinaggio.

Quando si parte per un “viaggio” c’è un misto di eccitazione/entusiasmo e anche di paura, paura dell’ignoto e preoccupazione riguardo alle proprie capacità che sappiamo sotto sotto verranno messe in qualche modo alla prova… Quando l’ho capito era troppo tardi per tornare indietro. 

La prima parte del percorso ha messo alla prova il mio respiro, cercavo il ritmo, cercavo di non stancarmi ma non volevo restare troppo indietro rispetto al gruppo, cercavo di respirare con la pancia e la dimensione era ancora razionale, quasi “di conto”.

Una seconda parte, nel bosco, con una pendenza difficile per me da credere, chiamata “le Svolte “, è stato il momento delle gambe. Restare ancorata, ben posizionata, radicata ma flessibile, forte e controllata ad ogni passo, per non cadere nel dirupo sotto di noi.

Finite “le svolte “siamo usciti dal bosco… E li, gli occhi hanno visto solo salita, salita, salita. Costante e senza pietà.

La salita fuori dal bosco è iniziata aprendosi su un paesaggio che toglieva il fiato, non c’era campo, non c’era alcun rimando alla civilizzazione. Respiro e gambe , respiro e gambe… ”Quanto manca?” – “Ancora 2 ore. E almeno 3 ore per la discesa”.

Panico. Ho pensato: ”Non ce la farò mai”, “Ma chi me lo ha fatto fare”. 

Mi sono seduta per terra. Ferma, guardavo solo a terra. Respiro alto e veloce.

È iniziata una rapidissima escalation di pensieri, a catena, emozioni: rabbia moltissima rabbia.

Poi, in maniera quasi magica,è successo qualcosa.

Si sono posizionate davanti a me le tappe della mia vita, quelle salienti, quelle ”in salita”, tutte le mete raggiunte, ma soprattutto quei momenti precedenti al raggiungimento del traguardo, quando mi ero chiesta “Quanto manca?” e quando mi ero detta “Non ce la farò mai”. Le tappe si sono allineate: erano chiare e le vedevo. C’era ordine.

Ho visto me stessa in viaggio, affaticata, appesantita, traballante, ma ho visto me stessa in viaggio, marciante. 

Improvvisamente il mio corpo ha sentito una sconosciuta energia che mi ha fatto alzare in piedi e guardare verso la vetta. Ho iniziato a camminare e il problema non erano più né le gambe né il respiro. Pensavo in silenzio, ero in me, e come in una trance mi sono immersa in molti progetti futuri che ancora non erano lucidi, non prima delle “Svolte”.

Sono arrivata in vetta con grande fatica, ho portato il mio corpo al massimo dello sforzo e una volta svalicato ho visto il lago. Bello, bellissimo, incredibile il colore dell’acqua, ma non era più importante. 

Ho fatto forse due foto al lago, me ne sono accorta una volta tornata a casa.

Ho fatto invece molte foto ai meravigliosi paesaggi, alle farfalle che si appoggiavano su di noi per lunghi tratti di percorso, ai miei compagni di viaggio, e a me. Sempre sorridente.

Ho scoperto che durante il trekking, il corpo entra in un ritmo naturale: il passo, il respiro, il contatto con il terreno. Questo movimento ripetitivo ha un effetto simile alla bilateral stimulation, utilizzata in alcune terapie per facilitare l’elaborazione emotiva.

In altre parole, mentre si cammina, la mente si apre, si scioglie, il cuore si alleggerisce.

Nella trekking terapia il bosco avvolge, la salita sfida, il panorama che si apre all’improvviso, richiamano il percorso interiore.

La salita aiuta a riconoscere le proprie risorse , mette alla prova le proprie capacità.

Il sentiero sconosciuto allena la fiducia, la flessibilità emotiva.

Il silenzio permette di ascoltare ciò che normalmente ignoriamo, fuori e dentro di noi

Il panorama insegna che dopo la fatica può arrivare una nuova prospettiva, non tanto un nuovo obiettivo.

La prospettiva è quella che mi sono portata a casa e che mi ha dato una nuova visione che stavo cercando da mesi: forse era questo il mio portale su nuove dimensioni.

di Sara Onori