Settembre: fare cose nuove ci fa stare bene. Novità, curiosità e benessere

Settembre a volte porta con sé l’entusiasmo di ripartire, ma più frequentemente si accompagna a una certa dose di malinconia. Le vacanze finiscono, le giornate iniziano lentamente ad accorciarsi e tornano gli impegni, gli orari, le abitudini o quei “to do” che avevamo lasciato in sospeso. Il rischio è, quindi, quello di rientrare nella quotidianità esattamente dal punto in cui l’avevamo lasciata.

Per questo oggi vogliamo parlare di qualcosa di diverso: della possibilità di ricominciare introducendo qualcosa di nuovo nella nostra vita.

Non servono grandi rivoluzioni. Può essere un corso mai provato, una strada diversa per tornare a casa, uno sport, un viaggio, imparare a ballare, dipingere o semplicemente concedersi un’esperienza che fino a ieri non avremmo preso in considerazione.

Perché fare qualcosa per la prima volta può farci sentire più curiosi, più presenti e, in qualche modo, più vivi. E la psicologia e le neuroscienze ci aiutano a capire perché.

Quando qualcosa di nuovo interrompe il pilota automatico

La nostra mente ama le abitudini. Sono utili, perché ci permettono di svolgere moltissime attività senza dover decidere ogni volta cosa fare: percorriamo la strada per andare al lavoro, prepariamo il caffè o svolgiamo gesti quotidiani quasi automaticamente.

Quando incontriamo qualcosa di nuovo, però, accade qualcosa di diverso. Dobbiamo prestare attenzione, raccogliere informazioni, confrontarle con ciò che già conosciamo e costruire nuove rappresentazioni dell’esperienza.

Uno studio particolarmente interessante, pubblicato nel 2020 su Nature Neuroscience da Aaron Heller e colleghi, ha osservato proprio ciò che accade nella vita quotidiana. I ricercatori hanno monitorato gli spostamenti dei partecipanti attraverso la geolocalizzazione, raccogliendo contemporaneamente informazioni sui loro stati emotivi.

Il risultato ha mostrato un’associazione tra una maggiore diversità delle esperienze quotidiane e una maggiore presenza di emozioni positive. Questa relazione risultava inoltre associata alla connettività funzionale tra ippocampo e striato, regioni coinvolte nei processi di memoria, apprendimento e ricompensa.

Non significa, naturalmente, che basti cambiare strada per diventare felici. Lo studio mostra un’associazione, non una semplice formula causa-effetto. Ma suggerisce qualcosa di interessante: la varietà delle esperienze che viviamo può avere una relazione con il nostro benessere emotivo.

La curiosità ci spinge verso ciò che ancora non conosciamo

Dietro la voglia di provare qualcosa di nuovo c’è spesso un’altra grande risorsa psicologica: la curiosità. La curiosità è quella spinta che ci porta ad aprire un libro perché vogliamo sapere come finisce, entrare in una strada sconosciuta durante un viaggio, fare una domanda, imparare una lingua o cimentarci in qualcosa che non sappiamo ancora fare.

Todd Kashdan e colleghi l’hanno studiata proprio come disposizione all’esplorazione, individuando due componenti particolarmente interessanti: la motivazione a cercare conoscenze ed esperienze nuove e la disponibilità ad accogliere ciò che nella vita quotidiana è nuovo, incerto e imprevedibile. Nelle loro ricerche, questi aspetti della curiosità risultano associati positivamente a dimensioni come crescita personale, autonomia, scopo nella vita, flessibilità psicologica, relazioni positive e affettività positiva.

La curiosità, quindi, non è soltanto quella caratteristica che da bambini ci porta a chiedere continuamente “perché?”. Può accompagnarci per tutta la vita e rappresentare uno dei motori attraverso cui continuiamo a esplorare il mondo.

Quando siamo curiosi impariamo meglio

C’è un’altra scoperta affascinante. Nel 2014 Matthias Gruber, Bernard Gelman e Charan Ranganath hanno studiato attraverso la risonanza magnetica funzionale cosa accade nel cervello quando siamo particolarmente curiosi di conoscere una risposta.

I partecipanti ricordavano meglio le informazioni verso le quali avevano mostrato maggiore curiosità. Ma non solo: durante gli stati di elevata curiosità migliorava anche il ricordo di alcune informazioni incontrate incidentalmente. I ricercatori hanno osservato il coinvolgimento di circuiti dopaminergici e dell’ippocampo, fondamentale nei processi di memoria.

In altre parole, quando qualcosa ci interessa davvero, la nostra mente sembra diventare particolarmente ricettiva all’apprendimento.

Ed è forse uno dei motivi per cui imparare qualcosa che abbiamo scelto — una lingua, uno strumento musicale, una tecnica artistica, una disciplina sportiva — può essere così diverso dal dover imparare qualcosa che non suscita alcun interesse.

Non dobbiamo necessariamente partire dall’altra parte del mondo

Quando pensiamo alle nuove esperienze immaginiamo facilmente grandi cambiamenti: un viaggio lontano, un nuovo lavoro, un trasferimento, un’avventura. Ma introdurre novità nella quotidianità può essere molto più semplice.

Possiamo visitare un quartiere della nostra città che non conosciamo, provare una nuova ricetta, ascoltare un genere musicale diverso, andare a vedere una mostra, iniziare a dipingere, ballare, fare ceramica, suonare uno strumento oppure cambiare il percorso della nostra passeggiata abituale.

Il punto non è quanto sia eccezionale ciò che facciamo. È uscire, almeno per un momento, da ciò che conosciamo già perfettamente.

E settembre, proprio perché segna il ritorno alla quotidianità, può essere il momento ideale per farlo.

Perché in vacanza le giornate sembrano così piene?

C’è poi un fenomeno che probabilmente abbiamo sperimentato tutti. Trascorriamo anche soltanto una settimana in viaggio e, ripensandoci, abbiamo l’impressione che siano accadute moltissime cose. Una settimana ordinaria, invece, può scomparire dalla memoria quasi senza lasciare traccia.

Anche qui la ricerca offre qualche indicazione interessante. Dinah Avni-Babad e Ilana Ritov hanno studiato il rapporto tra routine e percezione del tempo, osservando che il tempo trascorso svolgendo attività routinarie tende a essere ricordato retrospettivamente come più breve.

Le esperienze nuove, al contrario, possono offrirci più elementi distintivi con cui organizzare i nostri ricordi. Pensiamo a un viaggio. In pochi giorni incontriamo strade sconosciute, persone nuove, paesaggi, profumi, sapori e piccoli imprevisti. Non è necessariamente il tempo a scorrere più lentamente: è la nostra memoria ad avere molti più eventi differenti da registrare. E forse è anche per questo che alcuni periodi della nostra vita ci sembrano, guardandoli indietro, molto più “pieni” di altri.

Provare qualcosa di nuovo significa scoprire qualcosa di noi

C’è infine una dimensione che va oltre memoria e neuroscienze. Ogni volta che proviamo qualcosa che non abbiamo mai fatto incontriamo inevitabilmente anche una versione di noi che ancora non conoscevamo.

Possiamo scoprire che ci piace ballare quando ci siamo sempre considerati impacciati. Che sappiamo dipingere. Che adoriamo camminare in montagna. Che siamo capaci di viaggiare da soli. O semplicemente che qualcosa che avevamo sempre pensato “non facesse per noi” ci diverte moltissimo.

E non dobbiamo necessariamente diventare bravi.

Possiamo frequentare tre lezioni di tango e decidere che non ci piace. Provare a fare surf e scoprire che preferiamo guardare il mare dalla spiaggia. Iniziare un hobby e abbandonarlo dopo qualche settimana.

Anche questo significa conoscerci. La novità non aggiunge soltanto esperienze alla nostra vita. Può aggiungere possibilità all’idea che abbiamo di noi stessi.

La novità non deve diventare un altro obbligo

Naturalmente, non dobbiamo trasformare anche la curiosità nell’ennesima cosa da fare bene. La routine non è il nemico. Abbiamo bisogno di stabilità, prevedibilità, abitudini e luoghi familiari. Sono proprio le routine a permetterci di risparmiare energie mentali e a offrirci, spesso, un senso di sicurezza.

Il punto è trovare un equilibrio. Non dobbiamo trasformare ogni giorno in un’avventura né riempire settembre di nuovi corsi, progetti e obiettivi. Possiamo semplicemente lasciare un piccolo spazio a qualcosa che ancora non conosciamo.

Settembre può essere anche questo

Forse uno dei rischi della vita adulta è convincerci lentamente di sapere già cosa ci piace, cosa sappiamo fare e persino chi siamo. Come se fossero condizioni definitive e immutabili. La curiosità introduce una piccola crepa in questa certezza, ricordandoci che possiamo ancora sorprenderci.

Per questo, invece di vivere settembre soltanto come il mese del ritorno alla routine, potremmo provare a considerarlo come il momento giusto per introdurre una piccola novità nella nostra vita.

Non necessariamente qualcosa di utile. Non qualcosa che aumenti la nostra produttività. Qualcosa che semplicemente ci incuriosisca. Un corso. Un libro diverso. Una nuova attività. Un posto mai visto. Una strada che non abbiamo mai percorso.

Perché forse partire con il piede giusto non significa avere già deciso esattamente dove vogliamo arrivare. A volte significa semplicemente lasciare aperta la possibilità di scoprire qualcosa che ancora non conosciamo. Anche di noi stessi.