Saudade: perché alcuni luoghi continuano a vivere dentro di noi

Ci sono luoghi che visiti. E poi ci sono luoghi che, senza chiedere il permesso, trovano casa dentro di te.

Per me, il Portogallo è uno di questi.

Ogni volta che arrivo a Lisbona ho la sensazione di entrare in una dimensione diversa. I colori pastello delle facciate, i tetti arancioni che sembrano accendersi al tramonto, l’oceano che accompagna lo sguardo in ogni angolo della città e i miradouros, quei punti panoramici da cui il tempo sembra rallentare, mi fanno sentire come se stessi attraversando un confine invisibile.

È difficile spiegarlo a chi non l’ha mai vissuto. È come entrare in un luogo parallelo, dove tutto sembra invitarti a respirare più lentamente e ad ascoltare ciò che senti davvero.

La parola che non si riesce a tradurre

I portoghesi hanno una parola che racchiude perfettamente questa sensazione: saudade.
Tradurla è quasi impossibile.
Non è solo nostalgia. Non è semplicemente malinconia. È il desiderio profondo di qualcosa che è stato così bello da lasciare un segno, un’assenza che continua a vivere dentro di noi senza fare rumore.
Ogni volta che torno dal Portogallo porto con me proprio questo.
Una dolce nostalgia.
Quella che arriva all’improvviso quando ripenso a un tram giallo che sale lentamente tra le strade, a un tramonto osservato sul Tago, a un pastel de nata mangiato seduta sul lungofiume mentre il vento portava il profumo dell’oceano.
Sono dettagli semplici. Eppure, diventano ricordi enormi.

I luoghi sono fatti anche di persone

Forse perché i luoghi, da soli, non bastano mai. Sono le persone con cui li viviamo a renderli indimenticabili.
Ogni angolo di Lisbona, per me, custodisce una risata condivisa, una conversazione importante, un abbraccio, un silenzio pieno di significato.
E allora capisci che non ti manca soltanto una città. Ti manca la persona che eri mentre la stavi vivendo.

Quando la memoria incontra le emozioni

La psicologia ci insegna che i ricordi non sono fotografie perfette. Sono emozioni che il cervello intreccia ai luoghi, ai profumi, ai suoni e alle persone.
Per questo basta ascoltare una melodia di fado perché qualcosa si muova dentro.
Quelle note sembrano raccontare proprio ciò che la parola saudade custodisce da secoli: la bellezza di ciò che è esistito e che, proprio perché non tornerà uguale, acquista ancora più valore.
Ogni volta che ascolto il fado sento riaffiorare immagini che credevo lontane.
Le strade acciottolate illuminate dalla luce della sera.
Le salite che sembrano non finire mai.
Il rumore dei tram.
Le risate con gli amici.
La sensazione di essere esattamente nel posto giusto.
E forse è proprio questo il regalo della saudade.
Ricordarci che alcuni momenti sono stati così intensi da continuare a vivere dentro di noi.

Guardare indietro senza rimpianto

Viviamo in un’epoca in cui siamo sempre proiettati verso ciò che verrà dopo. Il prossimo viaggio. Il prossimo obiettivo. La prossima esperienza.
La saudade, invece, ci invita a fare qualcosa di diverso.
Ci insegna a fermarci.
A guardare indietro con gratitudine, senza cercare di trattenere ciò che è passato.
Perché non tutto ciò che finisce smette di esistere.
Alcune esperienze continuano ad accompagnarci, trasformando il nostro modo di guardare il mondo.

Il dono più bello di un viaggio

Ed è forse questo il motivo per cui, ogni volta che lascio Lisbona, provo un nodo alla gola.
Non è tristezza.
È la consapevolezza di aver vissuto qualcosa che mi ha cambiata.
Qualcosa che non potrò rivivere nello stesso identico modo, ma che continuerà ad abitare dentro di me.
Forse la saudade non è il desiderio di tornare indietro.
Forse è il modo più bello che abbiamo per dire grazie ai luoghi, alle persone e agli istanti che, anche se sono finiti, continuano a renderci ciò che siamo.

di Paola Massafra