Perché la “rapa” di Ariosto parla ancora a noi: da Maslow alla libertà personale

Italo Calvino ci descrive un classico come un’opera intramontabile “che non ha mai finito di dire ciò che ha da dire”, capace di offrire sempre nuove interpretazioni al lettore.

Rileggendo oggi Ludovico Ariosto, si nota come avesse già intuito, con quattro secoli di anticipo su Abraham Maslow, il principio della realizzazione personale: contentarsi anche del poco ci rende liberi da qualsiasi forma di asservimento. 

Nel 1518, costretto a giustificare il rifiuto di seguire il cardinale Ippolito d’Este in una lontana missione in Ungheria e di conseguenza per motivare la scelta di rimanere a Ferrara con un incarico più modesto, Ludovico Ariosto affidò alla sua Satira III uno dei versi più emblematici della sua poetica:

«In casa mia mi sa meglio una rapa»

Nel giro di otto parole, il poeta del Rinascimento scolpiva una dichiarazione d’indipendenza dal sapore sia etico che psicologico. 

È meglio accontentarsi di una rapa cotta nel proprio focolare che ambire alle ricche mense di lontane corti.

Tra lo sfarzo della corte estense, i fasti dei banchetti dal cibo raffinato e la promessa di una brillante carriera ecclesiastica o diplomatica, Ariosto  sceglieva la semplicità della propria dimora e la povertà di un tubero. Non per ascetismo, ma per un calcolo squisitamente umano: il prezzo del lusso consisteva nella rinuncia alla propria dignità, alla pace e al tempo da dedicare alla sua poesia.

Oggi la psicologia moderna rivela che quell’intuizione poetica non si può ridurre solo ad elegante figura retorica, ma assume il significato profondo di una precostituzione letteraria delle teorie sulla motivazione e sul benessere personale.

Nel 1943, lo psicologo statunitense Abraham Maslow formalizzò la celebre gerarchia dei bisogni, rappresentata graficamente come una piramide:

  1. Bisogni fisiologici: Cibo, acqua, riposo.
  2. Sicurezza: Protezione, stabilità emotiva ed economica.
  3. Appartenenza: Affetto, relazioni sociali, famiglia.
  4. Stima: Status, riconoscimento sociale, prestigio.
  5. Autorealizzazione: Espressione del proprio potenziale, creatività, autonomia intellettuale.

Se si analizza la scelta di Ariosto attraverso la lente di Maslow, la trappola della vita di corte appare evidente. 

I potenti del Rinascimento, grandiosi mecenati che si fecero ritrarre dagli artisti come gli antichi imperatori, offrivano ai loro cortigiani la gratificazione del quarto livello della piramide maslowiana: la stima sociale, il prestigio, il lusso dei banchetti e la vicinanza al potere. Tuttavia, per mantenere quel prestigio, l’individuo doveva sacrificare il gradino più alto della piramide: l’autorealizzazione.

Così, per il poeta Ariosto servire il potente cardinale della dinastia estense, significava rinunciare al proprio tempo, sottomettersi ai suoi umori ed eseguire spesso noiose mansioni burocratiche. Ariosto ci rivela che una vita priva di autorealizzazione rende sterile anche la ricchezza: il cibo d’oro della corte diventa indigesto perché consumato in uno stato di costante costrizione.

La “rapa” rappresenta il soddisfacimento essenziale dei bisogni primari (livello 1) e la “casa” garantisce la base di sicurezza e autonomia emotiva (livello 2 e 3). Riducendo al minimo le sue pretese materiali e rifiutando la scalata sociale, Ariosto libera le risorse psicologiche e temporali necessarie per scalare la cima della sua piramide: la composizione dell’Orlando Furioso e coltivare così il proprio ingegno.

Ariosto, dunque, difende la dignità dello scrittore a cui pesa il servizio ai potenti perché gli ruba il tempo.

La psicologia contemporanea — dalla teoria dell’autodeterminazione di Deci e Ryan agli studi sul wellness — conferma quanto intuito dal poeta: le gratificazioni esterne (soldi, fama, potere) risucchiano l’individuo, hanno un effetto narcotizzante ma temporaneo, mentre la percezione di controllo sulla propria vita (locus of control interno) e la libertà di espressione sono gli unici veri fattori di benessere a lungo termine.

In un’epoca dominata dall’egida dell’iper-connessione, dalla corsa allo status sui social media e dalla ricerca spasmodica di un successo spesso superficiale, la Satira III si rivela nella sua modernità dirompente.

La voce lontana ma ancora attuale di Ariosto ci ricorda che l’ambizione sfrenata senza una meta interiore profonda è una trappola. 

Meglio a volte una “rapa” mangiata in pace nella propria casa emotiva — un “cantuccio” dove siamo autenticamente noi stessi — che un banchetto consumato indossando la maschera che altri hanno disegnato per noi.  

Ed una umile rapa si trasforma così in un simbolo di lusso: l’equilibrio interiore, che è la vera ricchezza per ogni essere umano.

di Carla De Giovine