Quando la memoria diventa futuro: la storia di Gianni Riccardi

di Valentina Riccardi

Non è mai semplice parlare di storie la cui trama appare legata dall’odio e dalla paura, ma penso sia doveroso affrontare i propri mostri perché scrivendo, spesso, ci si accorge di quanto, in realtà, a legare molte storie ci siano sentimenti ben diversi.

Una pietra per non dimenticare

Il 25 aprile 2026, nel comune di Bollate, in provincia di Milano, è stata scoperta la pietra di inciampo in memoria di Giovanni Riccardi. La pietra di inciampo è una piccola targa di ottone, sulla quale sono riportati nome, cognome, data di nascita, luogo di deportazione e, se nota, la data di morte delle vittime del regime nazista. L’iniziativa di collocare queste pietre è nata da un artista tedesco, Gunter Demnig, con l’obiettivo di non dimenticare l’orrore per mano del quale milioni di persone persero la vita. Le pietre vengono generalmente poste di fronte l’ultima abitazione della vittima e vengono chiamate “di inciampo” proprio perché l’idea è quella di catturare l’attenzione del passante, facendolo “inciampare” – mentalmente ed emotivamente – e portandolo a riflettere sui luoghi della vita quotidiana di chi non fece mai ritorno dai campi di sterminio.

La storia di Gianni

Giovanni, chiamato da tutti Gianni, era nato a Torino il 21 ottobre 1927 da Lodovico Riccardi e Milena Martini. Dopo di lui nacquero Ferdinando, Piero, Enrico, Luigi, Carla, Anna e, dal secondo matrimonio del padre, Gianfranco e Alessandro. Della sua infanzia non si sa molto, se non che fosse un bambino buono e gentile diventato, poi, un ragazzo con forti valori di pace, uguaglianza e solidarietà. Il 19 maggio del 1944 la madre di Gianni morì. Magari si potrebbe pensare, per questa ragione, che quegli ideali fossero venuti meno: in fondo un ragazzo di appena 16 anni che aveva visto morire la madre avrebbe potuto arrabbiarsi con il mondo, manifestare aggressività, maturare in sé un desiderio di vendetta. Ma Gianni, invece, continuò a coltivare il bene, portando avanti le sue idee, nella convinzione che il mondo sarebbe potuto essere un posto migliore di quello che il regime nazista stava provando a istaurare in Europa in quegli anni. 

Trasporto 81

Probabilmente ispirato dal padre, all’epoca direttore amministrativo del quotidiano “L’Italia” e attivo nel contrastare il regime nazista, Gianni entrò a far parte del G.U.I. (Gruppo Unitario Irredentista), un gruppo composto da ragazzi tra i 15 e i 18 anni, che agiva attraverso un’opera di volantinaggio. Il padre di Gianni, infatti, sembra editasse un giornale clandestino che i ragazzi stampavano e distribuivano. A capo del gruppo c’era Vincenzo Attimo, anche lui appena sedicenne, il cui destino è stato tristemente intrecciato con quello di Gianni: entrambi furono fatti salire sul “Trasporto 81”, il treno che trasferì i deportati da Bolzano al campo di lavoro di Flossenbürg, dove arrivò il 7 settembre 1944.
Non è chiaro come i nazisti entrarono in possesso del materiale che li condusse ai due ragazzi. Una versione sostiene che trovarono un volantino a scuola durante una retata, un’altra che un foglio cadde dalla custodia del violino di Vincenzo mentre andava a lezione. Di certo si sa che da un volantino risalirono alla macchina da scrivere utilizzata e, da questa, ai due giovani.

L’inverno di Flossenbürg

Di quella che fu la “vita” di Gianni nel campo si sa davvero poco, di certe si hanno solo le poche notizie che i nipoti sono riusciti a ottenere contattando la direzione dell’ex campo. Arrivato come deportato politico, in quel luogo Gianni smise di essere una persona e divenne il numero 21790, le cui mansioni nel campo erano quelle di apprendista idraulico. A Flossenbürg nell’inverno di quell’anno si registrò un’altissima mortalità, probabilmente per cause legate al clima gelido e alla ferocia con cui venivano trattati i prigionieri. Gianni smise di urlare le sue idee di pace il 15 gennaio 1945, ucciso da una folle ideologia che impedì a quello splendido ragazzo di diventare un ancor più splendido uomo. Ma c’è una cosa che i tedeschi non avevano considerato: dal corpo bruciato di Gianni le ceneri sono state libere di seminare l’amore nel mondo.

Germogli nati dai semi degli ideali

Fu così che, nel marzo 1945, nacque a Milano la Polisportiva Gianni Riccardi – oggi Atletica Riccardi – che radunava giovani uniti dall’amore per lo sport. Ancora oggi l’Atletica Riccardi accoglie centinaia di ragazzi e ragazze, portando avanti ideali di amicizia, sportività e lealtà. Fu sempre così che, nei primi anni ’70, nella Bollate che vide Gianni prelevato con la forza da un gruppo di soldati tedeschi 25 anni prima, si riunì spontaneamente un gruppo di ragazzi mossi dalla voglia di raccontare i problemi quotidiani della loro città e della sua gente. Arrivò il momento di dare un nome a questo gruppo e nacque così il “gruppo Gianni Riccardi”: ragazzi non ancora ventenni, sentendo parlare di Gianni e dei suoi ideali, avevano deciso di ispirarsi a lui nella speranza di costruire un mondo migliore.

Infine, fu così che, seppur potendone parlare poco perché – la psicologia lo sa bene – il trauma si supera ma non si cancella, i nipoti di Gianni iniziarono a voler ricostruire la sua storia, a voler sapere chi fosse quello zio che poco più che bambino non si era nascosto davanti la furia omicida degli oppressori ma, anzi, aveva deciso di sfidarla a viso aperto. Per questo i suoi nipoti iniziarono a mettere insieme qualche pezzo: chi da brevissimi racconti di un fratello o una sorella di Gianni che – è importante sottolineare – non furono mai accompagnati da parole di odio o anche solo di rancore. Chi da ricerche bibliografiche, chi contattando la direzione dell’ex campo di Flossenbürg, chi mettendosi in contatto con L’Anpi. Ognuno, a modo proprio, ha voluto che la forza di quel ragazzo diventasse un po’ anche la sua e che, attraverso i racconti, la sua storia venisse tramandata di generazione in generazione. 

Gianni oggi

Gianni è vivo. Lo è ogni volta che una persona che ha sentito la sua storia la ricorda. Lo è ogni volta che una sorella, un nipote o un pronipote ne parla. Lo è e lo sarà per sempre, ogni volta in cui una persona, camminando per Bollate, abbasserà lo sguardo verso quella pietra di inciampo. Una pietra messa lì per ricordarci che nella vita si può inciampare tante volte, ma ci si può sempre rialzare tante volte…più una.
Non ho mai conosciuto Gianni, ma ho conosciuto molto bene i suoi fratelli e le sue sorelle. In particolare Luigi, dal quale ho saputo molte delle cose che ho raccontato a voi.
Luigi era mio padre.
E se c’è una cosa di cui sono fiera nella mia vita è poter dire che Gianni era mio zio.