“Fatti non foste a viver come bruti..” (Dante, Inferno, Canto XXVI).
L’Ulisse dantesco incita i suoi compagni a compiere il folle volo… oltrepassare i limiti e i confini del mondo conosciuto ed immergersi nell’ignoto: la forza di guardare nel futuro, divenendo così simbolo della sete di conoscenza.
L’Ulisse di Christopher Nolan, ha gli occhi dell’attore Matt Damon e guarda nel mare del passato.
Nel film del regista britannico “Odissea” (uscito il 16 luglio nelle sale italiane), l’esplorazione si sposta quindi nell’interiorità: il tempo, la memoria e l’inconscio diventano il nuovo mare agitato da solcare per ritrovare se stessi.
In questa “Odissea psicologica”, il viaggio non è mai un semplice spostamento nello spazio, ma un cammino di ricomposizione dell’identità segnato dal confronto con traumi, colpe e meccanismi di difesa della mente.
Viaggio in greco si dice nostos la stessa etimologia di nostalgia, un viaggio a ritroso perchè la memoria, anche se struggente e intrisa di sensi di colpa, è la colonna vertebrale dell’identità. Dimenticare da dove si viene e dove si vuole andare significa invece regredire ad uno stato vegetativo o infantile.
Per Odisseo, raggiungere Itaca non significa solo riabbracciare Penelope e riprendere il trono. Significa ricomporre la propria identità frammentata da dieci anni di guerra spietata e da altri dieci di esperienze molteplici in luoghi diversi ed impervi.
Itaca rappresenta il centro della psiche: il luogo della verità personale a cui si può giungere solo dopo essersi smarriti e riorganizzati.
“Uomo – Idea – Inganno” sono tre parole ripetute più volte nel film. Un martellante leit-motiv che ci fa entrare nella mente di Odisseo: l’uomo che concepisce un’Idea (grandiosa e risolutiva della guerra) ma che si accorge anche di aver architettato un Inganno.
Il momento di massima maturazione coincide con la discesa nell’Ade (la Katabasis).
Per poter pianificare il futuro e ritrovare se stesso, Odisseo deve scendere nella profondità del proprio Io ed è costretto a guardare in faccia i fantasmi del passato: le profezie dell’indovino Tiresia e i compagni caduti. Primo fra tutti Sinone, il giovane abbandonato con il mastodontico cavallo sulle rive di Troia e prima vittima dell’inganno che si sta per compiere. Questo sacrificio è concepito da Ulisse come necessario affinché il cavallo entri nelle mura della città.
Nel pianto e nello struggente saluto al giovane Sinone, l’Ulisse di Nolan vuole insegnarci che nessun percorso di consapevolezza può dirsi completo senza l’integrazione del proprio dolore e delle proprie colpe passate.
Quando finalmente sbarca a Itaca, Odisseo non è più il guerriero impetuoso partito da Troia, ma un uomo trasformato, capace di rientrare in patria travestito da mendicante: privo di arroganza, paziente e pienamente padrone di sé.
Come suggerisce il poeta Costantino Kavafis nella sua celebre Itaca, l’isola ha senso solo perché ha innescato il viaggio: è l’esperienza accumulata lungo la strada a costituire la vera ricchezza e la vera scoperta di Sé.
Questo percorso coincide esattamente con il processo che Carl Gustav Jung ha definito Individuazione: il cammino progressivo attraverso cui l’Ego esplora le proprie profondità, affronta l’Ombra e si ricongiunge con il Sé (in tedesco Selbst) ovvero l’archetipo della totalità e dell’unità psichica, il centro integrato dell’identità di ciascuno di noi.
Per Jung, l’Ego (la nostra mente cosciente) è come una piccola imbarcazione che naviga sull’immenso oceano dell’Inconscio. Per Odisseo la meta finale non è mai una conquista geografica, ma il ritorno al centro di sé. La casa, i figli o la pace interiore rappresentano il Sé integrato, lo stato d’animo in cui l’Ego smette di lottare contro i propri demoni e trova equilibrio.
Ancora oggi si dice: “Questa vita è un’ Odissea” e ognuno di noi sa che deve fronteggiare gli imprevedibili casi della vita, per ognuno di noi arriva il momento fatale in cui ci immergiamo nell’ immenso oceano interiore.
E spesso si può anche riemergere.
di Carla De Giovine