Little Miss Sunshine e il valore di essere imperfetti

di Beatrice Ilari

«Lo sai cos’è un perdente? Il vero perdente è uno che ha così paura di vincere che nemmeno ci prova!»

Avviso ai lettori: questo articolo contiene spoiler sul film Little Miss Sunshine. Se non lo avete ancora visto e desiderate scoprirlo senza anticipazioni, vi consigliamo di recuperarlo prima di proseguire nella lettura.

Un pulmino giallo pieno di fragilità

Un vecchio pulmino Volkswagen giallo. Una famiglia che lo spinge per farlo ripartire e poi, uno dopo l’altro, corre a bordo mentre è già in movimento. È sufficiente questa scena a raccontare tutto quello che rappresenta Little Miss Sunshine: andare avanti anche quando niente funziona come dovrebbe.

I progetti si inceppano, le identità che ci eravamo costruiti smettono di reggere, e raramente abbiamo il lusso di poterci fermare davvero. Si continua lo stesso, in modo imperfetto, disordinato, a tratti quasi ridicolo, ma si continua. E se si ha la fortuna di farlo con qualcuno che ci aiuta a “spingere”, può diventare un’incredibile occasione di trasformazione.

A vent’anni dalla sua uscita, Little Miss Sunshine di Jonathan Dayton e Valerie Faris continua a parlare a chiunque abbia sperimentato il fallimento, il peso delle aspettative o la sensazione di essere “fuori posto”. Lo fa con una leggera e tenera ironia in grado di trasformare la fragilità in qualcosa di prezioso.

Il viaggio on the road verso il concorso di bellezza della piccola Olive diventa occasione per la disastrata famiglia Hoover di stare insieme davvero, forse per la prima volta.

Nessuna traccia di eroi nel vecchio pulmino giallo senape: c’è un padre ossessionato dal successo, un adolescente chiuso nel silenzio, uno zio che porta il peso di una depressione profonda, una madre che tenta disperatamente di tenere insieme i pezzi e un nonno completamente fuori dagli schemi, ognuno alle prese con il proprio personale fallimento.

La trappola del successo a ogni costo

Richard, il padre di Olive, è un life coach convinto che il mondo si divida esclusivamente in vincitori e perdenti. Tutto diventa occasione per dimostrare quanto sia solida la sua carriera e funzionale la sua famiglia, quanto sia valida la sua teoria di vita. Ma sotto questa rigidità si intravede la paura feroce di non essere “abbastanza”.

Richard rappresenta chiunque abbia mai confuso il proprio valore con i propri risultati e la sua trasformazione avviene proprio quando abbandona quello in cui ha sempre creduto e comincia a capire il reale valore della sua famiglia.

Chi tiene insieme la famiglia

Sheryl, la madre, è il collante del gruppo: organizza, contiene, media, prova a impedire che il caos dilaghi. Il film la propone come una figura materna per nulla idealizzata e anzi esausta, irritata, spesso sopraffatta. La sua forza non sta nell’avere sempre le risposte giuste ma nella presenza costante, anche nei momenti peggiori.

Cadere e trovare ancora un motivo per rialzarsi

Frank, il fratello di Sheryl, torna in famiglia dopo un crollo personale che lo ha svuotato completamente, eppure il film racconta questa sua sofferenza senza pietismo. Frank rimane ironico, brillante, vulnerabile e dimostra come ci si possa rialzare anche dalle cadute più dure.

Quando un sogno si infrange

Dwayne, il fratello di Olive, ha fatto voto di silenzio assoluto fino a che non realizzerà il suo sogno – diventare pilota – per poi scoprire che non potrà mai farlo: è infatti daltonico e per questo non “adatto” a volare.

In quel momento avviene una realizzazione profonda e dolorosa. La scena è struggente ma anche liberatoria: il ragazzo si lascia finalmente andare a un pianto disperato.

Sua sorella Olive gli si siede accanto senza dire niente e lo abbraccia. Di nuovo, rimanere insieme anche nella sofferenza: solo dopo quel collasso Dwayne smette di isolarsi, riscoprendo il calore di una famiglia che aveva fatto di tutto per tenere a distanza.

L’insegnamento più prezioso del nonno Edwin

Edwin, il nonno, è l’elemento anarchico del gruppo: è volgare, eccessivo, fuori controllo. A lui non importa di apparire adeguato, vive fuori da qualsiasi regola di rispettabilità sociale e conserva la vitalità che gli altri sembrano aver sacrificato per omologarsi.

Il suo rapporto con Olive è genuino e schietto. Il nonno non cerca mai di correggerla, di renderla più presentabile o più adatta. La allena con entusiasmo totale e le offre qualcosa di prezioso: la libertà di essere sé stessa senza vergogna, il permesso di rincorrere il proprio desiderio senza trasformarlo in una prova del proprio valore.

Il messaggio è semplice: «Vai e divertiti!»

Olive contro il mondo delle apparenze

Olive ovviamente è il cuore del film per il modo ostinato con cui continua a volere quello che vuole senza mai trasformarlo in un atto performativo. Vuole partecipare al concorso perché le piace. Punto.

In un mondo costruito sulle apparenze e la prestazione, questa semplicità è quasi disarmante. In mezzo a bambine trasformate in miniature artificiali di adulte, Olive sale sul palco con la sua goffaggine, la sua energia, la sua assoluta spontaneità.

Quello che potrebbe sembrare un fallimento imbarazzante diventa invece il momento in cui la sua famiglia, imperfetta e sgangherata, sale sul palco con lei, non per salvarla, ma per starle accanto.

Non c’è un lieto fine in senso canonico. Olive non vince il concorso, anzi, viene letteralmente trascinata via dal palco. Ma qualcosa di più importante è successo: ha ballato fino in fondo, con tutta sé stessa, supportata dalle persone che ama. Il giudizio esterno – la gara, i punti, il premio – è diventato totalmente irrilevante.

Non sei il tuo fallimento

La differenza sta tutta tra fare un errore e sentirsi un errore. Le persone che tollerano meglio il fallimento non sono necessariamente le più sicure di sé, né quelle che “credono sempre nei propri sogni”. Spesso sono quelle che riescono a non trasformare ogni risultato in un verdetto sulla propria identità, sul proprio valore. Chi riesce a pensare questa cosa è andata male, senza concludere automaticamente allora non valgo niente.

È una distinzione sottile, ma cambia tutto. Quando ogni inciampo viene vissuto come prova definitiva della propria inadeguatezza il fallimento diventa qualcosa da evitare a ogni costo. Quando invece un errore resta circoscritto a un’esperienza, una perdita, una delusione che non definisce l’intera persona, allora può essere attraversato, metabolizzato e integrato.

Little Miss Sunshine mostra tutto questo attraverso i vissuti, i silenzi, le esplosioni improvvise, i piccoli momenti di tenerezza all’interno di un van giallo che per proseguire il proprio viaggio ha bisogno costantemente di essere spinto.

La buona notizia: il valore di continuare insieme

La buona notizia del film non è che il fallimento sia indolore e nemmeno che ogni sconfitta si trasformi automaticamente in crescita, ma che esiste un modo di stare al mondo in cui il risultato smette di essere l’unica cosa che conta. Lo scopo diventa la presenza, il sentirsi vivi dentro ciò che si sta facendo, il condividere il viaggio con le persone giuste, anche quando il mezzo cade a pezzi.

Il pulmino riparte sempre. A volte bisogna spingerlo. A volte bisogna rincorrerlo e saltarci sopra mentre è già in movimento. Qualcuno inciampa, qualcuno resta indietro, nessuno è impeccabile.

Eppure si continua ad andare avanti. Ed è forse questa l’idea più confortante e potente del film: non serve essere perfetti per continuare il viaggio, basta essere insieme.