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Aiutare gli altri può cambiare anche noi? La psicologia della relazione d’aiuto

  • 14/09/2026
  • 10:00

C’è un’idea che abbiamo imparato a dare per scontata: quando qualcuno aiuta, esistono un beneficiario e un benefattore. Uno sta male, l’altro sta bene. Uno riceve, l’altro dà.

E se fosse una storia raccontata male?

L’aiuto psicologico, così come qualsiasi altra forma di aiuto, può essere una relazione trasformativa per entrambe le persone. Questo non significa confondere i ruoli, né sostenere che psicologo e cliente abbiano lo stesso bisogno o si trovino nella stessa posizione.

Significa riconoscere che, dentro una relazione umana, ciò che accade a una persona può modificare anche l’altra.

Un incontro può lasciare tracce. Può mettere in discussione qualcosa. Può aprire nuove domande.

È forse questa, dal mio punto di vista, una delle parti più belle — e anche più scomode — del lavoro psicologico: sapere che, mentre accompagni qualcuno nel suo cambiamento, anche tu, in qualche misura, ne vieni toccato.

Quando aiutare fa bene anche a chi aiuta

Da decenni la ricerca studia il cosiddetto helper therapy principle: l’idea che aiutare qualcun altro possa produrre benefici anche in chi presta aiuto.

La letteratura ha osservato questo fenomeno in diversi contesti, trovando associazioni con benessere, senso di utilità e appartenenza.

Non è altruismo “puro” nel senso romantico del termine, ed è proprio questo a renderlo interessante. Fare qualcosa per un’altra persona può restituirci qualcosa: significato, connessione, competenza, gratitudine, persino una diversa percezione di noi stessi.

Una meta-analisi del 2025 sulla compassione verso gli altri ha trovato una relazione positiva con diverse dimensioni del benessere, tra cui quelle psicologiche e sociali e gli stati affettivi positivi.

Insomma, prendersi cura degli altri non è necessariamente qualcosa che riusciamo a fare soltanto quando stiamo bene, quando abbiamo energie o quando ci sentiamo emotivamente in equilibrio. In determinate condizioni, rivolgere attenzione, tempo e cura a qualcun altro può diventare esso stesso un modo per ritrovare un po’ di benessere.

Prendersi cura senza dimenticare se stessi

Questo non significa ignorare le proprie difficoltà o mettere sempre i bisogni degli altri davanti ai propri.

Significa piuttosto riconoscere che, a volte, sentirsi utili, presenti e capaci di avere un impatto positivo sulla vita di qualcuno può restituirci un senso di connessione, significato e appartenenza.

Prendersi cura può quindi diventare una relazione a doppio senso: mentre offriamo qualcosa all’altro, possiamo anche ricevere, indirettamente, qualcosa che ci aiuta a stare meglio.

In questo senso, la cura non è soltanto un gesto di altruismo, ma può essere anche un’esperienza capace di nutrire noi stessi. Quando nasce da una scelta libera e non dal sacrificio continuo o dal bisogno di dimenticarci di noi, prenderci cura degli altri può diventare una delle forme attraverso cui ritrovare equilibrio, vicinanza e persino una nuova motivazione.

Cosa accade allo psicologo nella relazione terapeutica?

Lo psicologo entra nella stanza con un ruolo preciso: aiutare chi ha di fronte.

Ma dentro quella stanza accade qualcosa di profondo.

Ascolta storie di paura, perdita, vergogna, resilienza e cambiamento. Assiste a persone che, lentamente, imparano a conoscersi, a mettere confini, a perdonarsi, a scegliere diversamente, a trasformarsi.

E mentre accompagna questo processo, non è una persona immobile.

Uno studio condotto su 156 psicologi ha esaminato proprio gli effetti positivi e negativi del lavoro psicologico, rilevando tra gli aspetti positivi la crescita personale e la soddisfazione derivante dalla compassione, accanto a possibili conseguenze negative come burnout e compassion fatigue.

Un altro filone interessante riguarda la terapia personale degli psicoterapeuti. Una meta-analisi qualitativa del 2024, basata su 21 studi, ne ha analizzato l’impatto sul lavoro clinico e sullo sviluppo personale e professionale, evidenziando temi quali una maggiore consapevolezza di sé, l’apprendimento attraverso l’esperienza, una maggiore autenticità e accettazione di sé e lo sviluppo dell’identità professionale.

Lo psicologo non è una persona immobile

Questo cambia la prospettiva. Lo psicologo non è semplicemente colui che “sa” e il paziente colui che “deve imparare”.

È un professionista che utilizza competenze, metodo e conoscenze scientifiche, ma continua anche lui a essere una persona che può essere toccata dall’incontro con l’altro.

Non si tratta di magia. Si tratta di relazione, importantissima nel processo di cambiamento.

Una meta-analisi che ha preso in esame 152 studi e 827 stime di effetto ha approfondito proprio il ruolo del terapeuta nella relazione tra alleanza terapeutica ed esito del trattamento. La qualità dell’incontro, quindi, non è semplicemente un dettaglio decorativo della terapia.

È parte del processo.

Quando chi aiutiamo insegna qualcosa anche a noi

Ed è qui che possiamo permetterci una provocazione: forse uno dei più grandi errori è immaginare che per aiutare qualcuno dobbiamo essere completamente estranei al suo cambiamento.

Ma non lo siamo.

In una relazione d’aiuto “l’aiutato” può insegnare “all’aiutante” — non tecniche, naturalmente, e non nel senso di invertire i ruoli — qualcosa sulla complessità dell’essere umano.

Ogni storia può costringere chi ascolta a rimettere in discussione automatismi, convinzioni e categorie. A volte il cambiamento dell’altro diventa uno specchio, e quello specchio può modificare anche chi lo guarda.

Essere toccati non significa perdere i confini

Sarebbe però pericoloso trasformare questa idea in una favola.

Chi aiuta non è invulnerabile. Gli psicologi possono sperimentare burnout, compassion fatigue e stress traumatico secondario. Il lavoro può nutrire e consumare nello stesso tempo.

Per questo motivo supervisione, riflessione personale e cura di sé non sono lussi.

La vera professionalità, allora, non consiste nel non essere toccati, ma nel sapere cosa farsene di ciò che ci tocca.

Nella relazione d’aiuto non esistono il “salvatore” e la persona “salvata”. Esistono due esseri umani che attraversano una parte della strada insieme, mantenendo ruoli diversi.

Qualcuno porta il proprio dolore e la possibilità del cambiamento; qualcun altro empatia, competenza, responsabilità, metodo e presenza.

Ma nell’incontro qualcosa si muove in entrambi.

Forse aiutare significa anche essere trasformati

E questa potrebbe essere una delle notizie più belle che la psicologia ci consegna: aiutare non ci rende necessariamente più stanchi o più vuoti. Quando l’aiuto è sostenuto da competenza, confini e cura di sé, può diventare fonte di significato, crescita e umanità.

E forse, allora, oltre a chiederci “quanto può fare uno psicologo per chi ha di fronte?”, dovremmo riflettere su un’altra domanda:

quanto può trasformare una persona il fatto di essere stata davvero presente per un’altra persona?

Perché talvolta, mentre qualcuno impara finalmente a stare meglio, anche chi lo accompagna impara qualcosa in più su cosa significa stare al mondo.

Impara che la cura non è sempre trovare le parole giuste, né avere risposte da offrire, ma saper restare quando sarebbe più facile andare via.

Impara che ogni fragilità porta con sé una forma inattesa di verità e che assistere alla rinascita di qualcuno significa, in qualche modo, imparare a rinascere un poco insieme a lui.

Perché ci sono persone che, mentre cercano la strada per tornare a se stesse, finiscono per insegnarti una strada nuova anche per tornare a te.

di Delia Belluscio

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