La lezione di resilienza in una scultura di Gaetano Cellini

C’è un uomo di marmo, a Viale delle Belle Arti di Roma, che da oltre un secolo combatte una battaglia invisibile.
Non ha un avversario in carne e ossa, non sfida un mostro mitologico, né un soldato nemico. Non imbraccia armi.
È piegato su se stesso in una tensione michelangiolesca che è congiunta a una carica emotiva espressionistica; ha la schiena deformata da uno sforzo sovrumano, le dita contratte come artigli nel disperato tentativo di strappare via un velo spettrale su cui il corpo poggia.
Si intitola “L’umanità contro il male”, capolavoro che lo scultore ravennate Gaetano Cellini terminò nel 1908, oggi esposto alla Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea di Roma.

Quando il male diventa un peso invisibile

Ma se stringiamo l’obiettivo sui dettagli di questo corpo tormentato, ci accorgiamo che Cellini non ha scolpito solo un’allegoria d’inizio Novecento, ma ha fermato nel marmo traslucido, con centoventi anni d’anticipo, il più crudo e potente manifesto visivo di quello che oggi definiamo distress psicologico.

Nella visione d’avanguardia di Cellini, il male perde le sembianze del classico demone e si trasforma in una coperta pesante, un sudario che si stende sulla Terra e che opprime l’individuo.

Il Male è ovunque, sembra urlare questo uomo senza volto né voce, ma la cui sofferenza si espande potente… può essere anche “il rivo strozzato che gorgoglia”, diceva Montale.

L’uomo di marmo di Cellini diventa quindi la personificazione dell’uomo tragico che, nella celebre contrapposizione regalataci da Heinz Kohut, padre della Psicologia del Sé, soppianta l’uomo colpevole freudiano.

Chiunque abbia sperimentato un disturbo d’ansia generalizzata, una depressione maggiore o il peso soffocante del trauma riconosce immediatamente quella dinamica. Il malessere moderno è proprio così: inafferrabile, nebbioso, totalizzante, come quel velo pesante rappresentato dallo scultore agli inizi del XX secolo. Non è una minaccia concreta che si può schivare, ma un’atmosfera tossica che toglie il respiro e confonde i confini dell’Io.

Un volto nascosto che può appartenere a tutti

Un dettaglio fondamentale salta all’occhio: il volto dell’uomo è nascosto. Privando il protagonista di lineamenti precisi, lo scultore compie un’operazione psicologica straordinaria. Trasforma la statua in uno specchio universale.
Sotto quel velo non c’è “un” uomo del 1908: ci siamo noi, ci sono i lavoratori schiacciati dalle scadenze, i giovani smarriti nelle crisi d’identità, chiunque soffra, chiunque si senta temporaneamente depersonalizzato dal dolore.

Quando il corpo racconta la sofferenza

L’anatomia di Cellini è esasperata, quasi metallica, e descrive perfettamente ciò che la neuroscienza chiama somatizzazione: il corpo che dà forma fisica ai conflitti della mente.
La schiena dell’uomo subisce una torsione elicoidale estrema. I muscoli paraspinali sono tesi come corde di violino. In psicosomatica, la schiena è il nostro pilastro di sostegno; vederla così contratta evoca la “corazza muscolare” che costruiamo inconsciamente per difenderci dai traumi emotivi, accumulando stress fino al limite della rottura.
Le dita sono prive di grazia, emaciate, con tendini e vene scavati nel marmo che premono sotto la pelle. Rappresentano l’iperattivazione del sistema nervoso in modalità attacco o fuga. È l’immagine plastica del sovraccarico cognitivo: l’atto disperato di chi tenta di aggrapparsi alla realtà con le unghie e con i denti per non scivolare nel vuoto.

Dalla sofferenza alla resilienza

Se l’opera si fermasse alla descrizione della sofferenza, sarebbe solo un monumento alla sconfitta. Invece, la scultura di Cellini è un inno alla psicologia del fronteggiamento (coping) e della resilienza attiva.
Resistere, essere consapevoli: un concetto che in psicologia è chiamato “resilienza” (termine mutuato dalla fisica) e che, nel suo significato scientifico più profondo, non è la rigida resistenza di chi non si scalfisce, ma la capacità di flettersi sotto pressioni immense, riorganizzare le proprie risorse e non spezzarsi, come un oggetto metallico che, sotto la forza e le pressioni che schiacciano, si trasforma assumendo altre forme, che possono essere molteplici.
Così, nell’uomo di Cellini, l’architettura ossea regge l’urto. Il corpo è piegato, prono, ma non è a terra.
È colto nell’istante esatto in cui decide di non subire più.

«Così ti sterperò coi denti e l’ugne»

Sul basamento dell’opera si leggono due versi scolpiti dall’artista:

«Così ti sterperò coi denti e l’ugne.
Dolore eterno che nel cor mi pugne».

È qui che scatta l’empowerment, il passaggio peculiare della psicologia sociale, da “vittima degli eventi” ad “agente del proprio cambiamento”. L’uomo sposta il motore dell’azione dentro di sé (locus of control interno): una “pugna” che è quindi battaglia quotidiana di ciascuno di noi contro il dolore.

L’uomo che sta per rialzarsi

La forza muscolare monumentale che sprigiona la statua ci ricorda che l’essere umano possiede già le risorse biologiche ed emotive per liberarsi.
Ecco allora che l’uomo che percepiamo come abbattuto, sconfitto, è in realtà l’uomo che sta per risollevarsi e liberarsi da quel male inafferrabile e pesante come piombo.
Lo “strappo” del velo diventa così la metafora del percorso terapeutico: un lavoro faticoso, nodoso, che richiede rabbia costruttiva e determinazione, ma che è l’unica via per conquistare la crescita e raddrizzare, finalmente, la schiena verso l’alto, verso la luce.

di Carla de Giovine