di Carla De Giovine
Sull’estuario del Tamigi a Tilbury, il 9 agosto del 1588, correva su un magnifico destriero bianco un insolito cavaliere: nella sua armatura d’argento, con la corazza scintillante sull’abito di velluto bianco, passava in rassegna ed incitava il manipolo di soldati inglesi che, nelle prime ore dell’alba, si era già lì radunato.
Le cronache rosa dell’epoca – se nel XVI secolo fossero esistite – avrebbero descritto minuziosamente i capelli di questo misterioso cavaliere, lunghi e ornati di piume, avrebbero esaltato la sua andatura indomita e il suo atteggiamento fiero, avrebbero tratteggiato la sua figura maestosa ma nel contempo evanescente come un miraggio, creato dal gioco di luci degradanti dei riflessi del mare.
La minaccia dell’Invincibile Armata
L’immagine potente di questo superbo cavaliere si staglia tra le pagine della storia anglosassone in un suo momento molto critico: a maggio di quello stesso anno era salpata da Lisbona l’Invincibile Armata di Filippo II re di Spagna, con l’obiettivo deliberato di invadere l’isola.
Centotrenta vascelli e trentamila uomini erano partiti dalle coste meridionali dell’Atlantico per occupare l’Inghilterra e assoggettarla, soprattutto per due esplicite motivazioni: il controllo dei traffici marittimi e la difesa del cattolicesimo in Europa, insidiato e minacciato dal protestantesimo anglicano.
Filippo II e il ruolo di difensore del cattolicesimo
Filippo II aveva ereditato dal padre Carlo V non solo la corona del Regno di Spagna (che all’epoca comprendeva il Ducato di Milano, i regni di Napoli, Sicilia e Sardegna, i Paesi Bassi, la Franca Contea e le vaste colonie nelle Americhe) ma, soprattutto, aveva acquisito dal padre il ruolo di Fidei Defensor, strenuo difensore e paladino del cattolicesimo, in un’ Europa dilaniata dalle guerre di religione.
Ma il destino di questo potente re si scontrò con l’enigmatico cavaliere apparso sullo scenario di Tilbury.
Cavaliere o amazzone?
Cavaliere o amazzone? In realtà il suo rivale era una rivale, era la figlia di Enrico VIII e Anna Bolena, dichiarata subito illegittima, poi rinchiusa a ventuno anni nella Torre di Londra dalla sorellastra Maria Tudor e infine salita al trono, nel 1558, all’età di venticinque anni: Elisabetta I, colei che diede il suo nome a tutta un’epoca.
Le fonti sul discorso di Tilbury
Del successo di Tilbury non ci è pervenuto nessun documento scritto di pugno dalla regina ma, tra le scarse fonti tramandateci, la versione più nota e dettagliata è contenuta nella lettera di un testimone diretto, Leonel Sharp, che all’epoca era il cappellano militare del conte di Leicester, comandante del campo di Tilbury.
Ciò che oggi può ancora affascinarci è il discorso con cui Elisabetta I riuscí ad infondere entusiasmo e fiducia nei suoi soldati.
Sappiamo che secoli prima l’invincibile Giulio Cesare o secoli più tardi il generale e poi imperatore Napoleone Bonaparte, avevano acquisito consenso e adorazione tra le fila dei loro soldati proprio grazie alla potenza trascinante delle parole dei loro discorsi.
La forza politica delle parole
A Tilbury, Elisabetta I replicherá questo schema, conquistando la sua platea ovvero i suoi reggimenti e diventando la più importante regina della storia inglese; si farà rappresentare, poco più tardi, in un dipinto di un pittore a noi rimasto anonimo, con lo scettro e con l’intero globo terrestre, simbolo delle sue conquiste sui territori allora conosciuti.
Nel 1624, molto tempo dopo l’evento, Sharp inserì il discorso di Elisabetta in una lettera al Duca di Buckingham, precisando che la regina gli aveva ordinato di ripetere la sera stessa – o il giorno successivo – quelle esatte parole ai soldati, affinché l’intero campo potesse ascoltarle.
Nonostante sia stata pubblicata decenni dopo, la critica storica considera questa fonte attendibile. Lo stile, l’autoironia sul fatto di essere donna e i netti riferimenti politici, rispecchiano fedelmente gli altri scritti ufficiali di Elisabetta I.
“Ho il cuore e lo stomaco di un re”
La sovrana, che all’epoca aveva cinquantacinque anni e governava da venti con carisma e inflessibilità, delineò e tramandò il miglior ritratto di se stessa con queste infuocate parole:
“Mio amatissimo popolo, qualcuno, preoccupato per la nostra sicurezza, ci ha pregato di fare attenzione nell’interagire di fronte alle moltitudini in arme, temendo la presenza di traditori […]
So di avere il corpo debole e delicato di una donna, ma ho il cuore e lo stomaco di un re, e di un re d’Inghilterra, per giunta e mi ripugna l’idea che il duca di Parma o il re di Spagna, o qualsiasi altro principe d’Europa, osi invadere i confini del mio regno; se questo dovesse accadere, piuttosto che disonorarmi, io stessa imbraccerò le armi, io stessa sarò il vostro generale […]”.
La disfatta spagnola e l’ascesa inglese
Tra le sue truppe seguì un boato di sorprendente euforia e inesorabile fu la disfatta degli Spagnoli. I pesanti galeoni di Filippo II furono annientati dalla flotta delle piccole e veloci navi inglesi a cui si aggiunsero, come inaspettati alleati di Elisabetta, i venti e le tempeste del Mare del Nord.
Da Tilbury iniziò il declino della Spagna e dalle sue rive, da quella corsa a cavallo dell’amazzone Elisabetta, si affermarono gli anni luminosi della cultura e dello splendore anche economico dell’Inghilterra.
La nascita del mito di Elisabetta I
All’indomani del 9 agosto, le ballate popolari diffusesi nelle stamperie di Londra (tra cui quelle di Thomas Deloney) trasformarono quella regina a cavallo apparsa a Tilbury in una meravigliosa dea.
Nacque così il mito di colei che si era autodefinita “re” per ottenere il riconoscimento della sua forza, una donna e, proprio per questo motivo, affatto fragile.