Entriamo in una sala, le luci si abbassano e per un paio d’ore accettiamo di lasciare fuori una parte del mondo. Spegniamo il telefono, ci sediamo nel buio e permettiamo a una storia che non è la nostra di emozionarci come se, almeno in parte, lo fosse. Possiamo ridere, commuoverci, provare paura, riconoscerci in un personaggio o uscire dal cinema con una domanda che continua ad accompagnarci. Il rapporto tra cinema e benessere psicologico nasce anche da questa particolare capacità delle storie di coinvolgerci mantenendo, nello stesso tempo, una distanza dalla nostra vita reale.
Il cinema non è una terapia in sé e non ogni film produce necessariamente un effetto benefico. Può però diventare uno spazio di riflessione, identificazione e condivisione. In alcuni contesti clinici, inoltre, film e materiali audiovisivi vengono utilizzati come strumenti integrativi all’interno di percorsi terapeutici.
Uno spazio tra noi e la storia
Donald Winnicott descriveva un’area intermedia dell’esperienza in cui realtà interna e realtà esterna possono incontrarsi attraverso il gioco, la creatività e l’esperienza culturale. Il suo concetto di spazio transizionale non nasce per spiegare il cinema, ma offre una prospettiva interessante per comprenderne alcune caratteristiche.
Davanti a un film sappiamo che ciò che vediamo non sta accadendo realmente a noi. Eppure possiamo sentirci profondamente coinvolti.
Questa doppia posizione è preziosa. Possiamo avvicinarci simbolicamente a temi come la perdita, la separazione, l’amore, il fallimento, la paura o il cambiamento senza trovarci direttamente dentro quella situazione.
A volte è proprio la storia di qualcun altro a permetterci di guardare meglio la nostra. Non perché il film ci dia una soluzione, ma perché introduce una distanza. Ci permette di osservare un’esperienza prima di doverla necessariamente spiegare.
Quando un personaggio trova le parole al posto nostro
Ci sono emozioni che sappiamo di provare ma che facciamo fatica a raccontare.
Poi vediamo una scena e qualcosa diventa improvvisamente riconoscibile. Può capitare di pensare che quel personaggio stia mostrando esattamente una sensazione che conosciamo, anche se non eravamo mai riusciti a descriverla così.
È uno degli aspetti più interessanti del rapporto tra cinema e benessere psicologico.
Le narrazioni possono offrire immagini, parole e metafore attraverso cui organizzare l’esperienza emotiva. Il personaggio non diventa necessariamente il nostro alter ego. Può però offrirci un punto di osservazione diverso.
In un contesto psicologico questo materiale può diventare un’occasione di dialogo. Chiedersi perché una scena ci abbia colpito, quale personaggio abbiamo sentito vicino o che cosa avremmo fatto al suo posto può aprire riflessioni che una domanda diretta non sempre riesce a far emergere con la stessa naturalezza.
Cinema, empatia e simulazione incarnata
Anche le neuroscienze e gli studi sul cinema hanno cercato di comprendere perché immagini chiaramente finzionali riescano a coinvolgerci tanto.
Vittorio Gallese e Michele Guerra hanno approfondito il concetto di simulazione incarnata applicandolo all’esperienza cinematografica. L’idea, espressa in modo semplice, è che quando osserviamo azioni, espressioni ed esperienze altrui la nostra comprensione non passi soltanto attraverso un ragionamento astratto. Sono coinvolti anche meccanismi percettivi, motori e corporei che contribuiscono al modo in cui entriamo in relazione con ciò che vediamo.
Questo filone di ricerca è legato anche agli studi sui meccanismi specchio, ma sarebbe riduttivo sostenere che l’empatia dipenda semplicemente dai neuroni specchio o che guardare una scena equivalga neurologicamente a viverla in prima persona.
L’esperienza cinematografica è molto più complessa. Entrano in gioco la storia personale dello spettatore, l’attenzione, la memoria, le aspettative, il montaggio, la musica, i movimenti della macchina da presa e il significato che attribuiamo alla narrazione.
Forse è proprio questa complessità a rendere il cinema così affascinante.
La cineterapia senza promesse miracolose
Da tempo film e video vengono utilizzati anche in alcuni interventi psicologici e riabilitativi. Si parla spesso di cineterapia, anche se sotto questa definizione rientrano modalità molto differenti.
Una revisione pubblicata su Frontiers in Psychology ha analizzato 38 studi dedicati alla cineterapia e a diversi trattamenti basati sull’utilizzo di video. La maggior parte riportava risultati positivi, ma gli autori sottolineavano anche un elemento importante. Gli studi erano molto diversi tra loro e, soprattutto per la cineterapia classica, erano necessari metodi più standardizzati e misure più solide per poter stabilire con maggiore precisione l’efficacia di questi interventi.
È una distinzione importante.
Dire che il cinema può essere utilizzato come risorsa clinica non significa sostenere che un film possa curare da solo un trauma, un disturbo psicologico o una sofferenza complessa.
Può invece diventare, quando inserito con competenza in un percorso appropriato, uno strumento attraverso cui favorire il dialogo, esplorare prospettive, riconoscere emozioni e lavorare sui significati attribuiti alle esperienze.
Guardare da fuori per comprendere qualcosa da dentro
Uno dei vantaggi di una storia è che ci permette di osservare i problemi umani da una prospettiva in terza persona.
È più facile discutere inizialmente della paura di un personaggio che della propria. Possiamo domandarci perché continui a fare una determinata scelta, perché non riesca ad allontanarsi da una relazione, che cosa gli impedisca di chiedere aiuto o perché interpreti un avvenimento in un certo modo.
Nel parlare di lui, qualche volta iniziamo indirettamente a parlare anche di noi.
Questo non significa che ogni spettatore debba analizzarsi davanti a un film. Sarebbe un modo piuttosto faticoso di andare al cinema.
Significa semplicemente riconoscere che le storie possono allargare il nostro repertorio di esperienze. Per qualche ora possiamo guardare il mondo attraverso occhi diversi dai nostri.
Possiamo incontrare vite, culture, conflitti e modi di sentire che non avremmo conosciuto direttamente.
E questa possibilità ha un valore psicologico e umano che va ben oltre l’intrattenimento.
Non tutti dobbiamo vedere lo stesso film
C’è poi un aspetto che rende impossibile costruire una lista universale dei film che fanno bene.
La stessa storia può commuovere una persona, annoiarne un’altra e risultare difficile da sostenere per una terza.
Il significato nasce dall’incontro tra il film e chi lo guarda.
Anche in un eventuale utilizzo clinico la scelta non può quindi essere automatica. Deve tenere conto della persona, del momento che sta attraversando, degli obiettivi del percorso e della sensibilità individuale.
Questo ci ricorda qualcosa di importante anche fuori dalla psicoterapia.
Non dobbiamo necessariamente uscire da un film con la stessa interpretazione degli altri. Possiamo discutere, riconoscere dettagli differenti e persino scoprire qualcosa di una persona ascoltando semplicemente il modo in cui ha vissuto la stessa storia che abbiamo appena visto.
Una storia non risolve la vita, ma può aprire una possibilità
Forse il potere più bello del cinema non consiste nel fornirci risposte.
Consiste nel permetterci, per un tempo limitato, di abitare possibilità diverse.
Possiamo vedere un personaggio cadere e ricominciare. Possiamo assistere a una riconciliazione, a una scelta coraggiosa, a un cambiamento tardivo. Possiamo anche incontrare finali incompleti, perché non tutte le storie hanno bisogno di rassicurarci per lasciarci qualcosa.
Quando si riaccendono le luci, la nostra vita è ancora lì.
I problemi non sono magicamente scomparsi e nessun film può sostituire un percorso di cura quando questo è necessario.
Eppure qualche volta usciamo dalla sala leggermente diversi da come siamo entrati.
Abbiamo pianto qualcosa che trattenevamo. Abbiamo riso. Abbiamo riconosciuto un’emozione. Abbiamo guardato una situazione da un’altra prospettiva. Oppure abbiamo semplicemente trascorso due ore immersi in una storia che ci ha ricordato quanto sia vasta l’esperienza umana.
Non è poco.
Forse è questo uno dei modi più semplici in cui il cinema può farci bene. Non dicendoci come vivere, ma ricordandoci che esistono sempre più storie, più sguardi e più possibilità di quelle che riusciamo a vedere quando restiamo chiusi dentro un’unica prospettiva.
di Ilaria Scurtarelli