Felicità: cosa ci insegnano filosofi, psicologi e sociologi sul vivere bene

di Paola Paolinelli

È dalla notte dei tempi che l’Essere Umano si pone interrogativi sulla Vita e sul significato dell’Esistenza. Filosofi e pensatori si sono chiesti, in luoghi e periodi storici diversi: che cos’è la felicità? come dare un senso alla propria esistenza? La parola felicità deriva da felix-icis, felice la cui radice fe- significa abbondanza, ricchezza, prosperità. 

Nell’antica Grecia

Secondo Aristotele, il più importante tra i filosofi metafisici, è uno stile di vita, la cui caratteristica è quella di allenare e potenziare le migliori qualità che ogni essere umano possiede. Il raggiungimento della felicità è quindi un lavoro giornaliero e soprattutto frutto di una scelta: è necessario che un essere umano decida di essere felice: c’è quindi una decisione. Aristotele sviluppò la base filosofica su cui è stata edificata la chiesa cristiana; vi sono quindi alcune somiglianze tra il suo pensiero e i principi delle religioni giudeo-cristiane. Per Aristotele, Platone e Socrate, la felicità è nella virtù, che si ottiene attraverso esercizi spirituali che rendono la felicità duratura, superando anche il dolore.

La virtù è l’arte di imparare a comportarsi in modo buono: il vir vive e si comporta così. Nell’uomo antico virtù e felicità coincidono, perché la virtù è più importante della conoscenza, che è solo un mezzo per raggiungere la felicità.

Epicuro, filosofo greco in grande contraddizione con i metafisici, non credeva che la felicità provenisse solamente dal mondo spirituale, ma ne sosteneva anche la dimensione terrena: il sapersi godere i piaceri della vita. Di fatto, fondò la “Scuola della felicità” e giunse a conclusioni molto interessanti: postulò il principio secondo cui l’equilibrio e la temperanza, virtù della pratica della moderazione, danno luogo alla felicità. Questo concetto è racchiuso in una delle sue famose citazioni: “Niente è sufficiente per chi il sufficiente è poco”. Pensava inoltre che l’amore avesse poco a che vedere con la felicità mentre l’amicizia sì. Era inoltre convinto che non si deve lavorare per ottenere beni, ma che bisogna farlo per amore di ciò che si fa.

Secondo Schopenhauer

Il filosofo tedesco Arthur Schopenhauer sviluppò un concetto di felicità fondato sulla prudenza e sull’etica: la felicità ha molto più a che vedere con la pace interiore che non con l’esultanza o la gioia. Indicò 50 regole per la felicità, di cui uno stralcio di alcuni suoi suggerimenti, che potrebbero rivelarsi preziosi: 

  • Evitare l’invidia: sappiamo quanto crudele e implacabile sia l’invidia, tuttavia ci sforziamo senza sosta di suscitarla negli altri. Perché? Essendo una forza molto negativa, può impossessarsi del nostro cuore e bloccare la nostra gioia di vivere: chi è troppo concentrato su ciò che fanno o sentono gli altri trascura il compito di costruire la propria felicità.
  • Riflettere a fondo su una cosa prima di intraprenderla: una volta terminata, non ossessionarsi con i risultati, ma staccarsi del tutto dalla questione; si tratta di mettere tutto l’impegno in ciò che facciamo perché è l’unica cosa che dipende da ciascuno di noi: deve rimanerci la soddisfazione di averlo fatto bene, il resto non ha importanza.
  • Quando siamo allegri, non dobbiamo chiederci se abbiamo un motivo per esserlo: molte persone provano dei sensi di colpa quando sono allegre, sia perché altre persone soffrono o perché considerano la sofferenza un sentimento più lodevole dell’allegria. È importante staccarsi da queste idee ed essere in grado di provare l’allegria, senza condizionamenti.
  • Vivere felici può significare solo vivere il meno infelici possibile: non tutti evitano l’infelicità e chi la cerca, la trova. È fondamentale quindi evitare o eliminare tutte quelle situazioni causa di infelicità perché non sono necessarie e sono solo fonte di nuove difficoltà.
  • Impegnarsi o imparare qualcosa è necessario per la felicità degli esseri umani: avere programmi e progetti è fonte di entusiasmo nella vita, che il programma consista nel coltivare una pianta o nel preparare un pranzo delizioso. Questi piccoli sforzi sono un tesoro: imparare ci consente sempre di capire che stiamo crescendo e maturando e ciò contribuisce alla felicità nella vita.
  • Almeno nove decimi della nostra felicità si basano esclusivamente sulla salute: le malattie cambiano completamente la prospettiva nei confronti della vita. La salute è un autentico tesoro di cui prendersi cura per potersi godere qualsiasi altra cosa.
  • Quando analizziamo la nostra vita e i nostri errori, è possibile esagerare nel rimproverarci: la prima forma di bontà è quella verso sé stessi. È importante valutarsi ma anche riconoscere gli errori e imparare da essi. Evitare però di rimproverarci, criticarci più del necessario o punirci severamente: questo non serve a nulla.

Bisogni&desideri

L’articolo 3 della Costituzione Italiana non promette la felicità ma promette di rimuovere gli ostacoli che impediscono la piena realizzazione della natura umana. 

Per Cartesio, che ha letto “la favola di Androclo e il leone” del poeta latino Seneca, non esistono i malvagi in quanto questi sono tali solo quando non sono felici: togliere la spina dal piede del leone significa togliere l’infelicità; una volta tolta, gli uomini sono felici e dunque tornano buoni. Per Spinoza il culmine della felicità umana si raggiunge nel desiderio di transizione, quello di andar sempre avanti nel sapore di eternità. È anche vero che l’eternità è già vita in Plotino: “Sentiamo e sperimentiamo di essere eterni ma non lo possiamo dimostrare” (cit.), la felicità è il raro senso dell’eterno, la plenitudo vitae, pienezza di vita”.

Per José Ortega y Gasset, filosofo spagnolo del ‘900, la felicità si raggiunge quando c’è corrispondenza fra ciò che vogliamo essere e ciò che siamo in realtà, cioè quando la vita proiettata corrisponde alla vita effettiva: la felicità è trovare qualcosa che ci possa soddisfare pienamente; è quindi compito di ciascuno definire quali siano le realtà che possono portarlo alla felicità. 

Roger Maslow nel 1954 teorizzò la piramide dei bisogni e desideri: felicità come stato d’animo positivo di chi ritiene soddisfatti tutti i propri bisogni e desideri.

Alla base troviamo i 5 bisogni fisiologici cioè respirare, nutrirsi, l’attività sessuale, il sonno e le attività omeostatiche ovvero i bisogni relativi alla sopravvivenza. Al secondo posto i bisogni di sicurezza, cioè lo stare nel mondo in modo sicuro, come l’avere una buona salute, un lavoro ecc. Seguono i bisogni di appartenenza, cioè il condividere l’amicizia, l’affetto familiare e l’intimità sessuale. Salendo nella piramide troviamo i valori di stima: l’autostima, l’autocontrollo, la realizzazione e il rispetto reciproco. Al vertice della piramide troviamo i desideri spirituali, ossia quelli di autorealizzazione: moralità, creatività, spontaneità, accettazione e assenza di giudizio.

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Per il sociologo Bauman, il futuro della felicità «comincia a casa. Non su Internet, ma a casa, in contatto con le altre persone». Umberto Eco, cita a sua volta Bauman: «è il suo sguardo [quello di un altro essere umano], che definisce e forma noi stessi; così come non possiamo vivere senza mangiare e dormire [secondo anche i bisogni di base della Piramide di Maslow], non possiamo comprendere quello che siamo senza lo sguardo e la risposta dell’altro»; condizione fondamentale dell’Essere Umano è il rapporto con un altro Essere Umano che ci ricollega al senso di appartenenza di Maslow.

Scegli la felicità e poi guarda cosa succede,

scegli l’estasi e guarda cosa succede,

scegli di essere beato e guarda cosa succede.

La tua vita cambierà immediatamente e vedrai miracoli accadere intorno a te,

perché ora hai creato l’effetto e le cause dovranno seguire.

Sembra una magia. (Osho)