Quando a Roma Properzio confessava il suo amore in versi e Tibullo dedicava elegie ad una “puella innominata“, una puella – fanciulla – di nome Sulpicia inviava sei bigliettini d’amore in forma d’epigramma ad un ignoto Cerinthus (Liber Tibullianum, Il 13-18 = IV, 7-12).
Sulpicia sarebbe dunque l’unico esempio di poesia romana classica composta da una donna e i suoi versi ardenti e di irresistibile spontaneità, rappresentano un unicum della storia letteraria della latinità, nonché l’esemplare documento dell’emancipazione raggiunta all’epoca dalle donne.
Le donne tra storia, poesia e modelli imposti
La storia e le leggende sono piene di figure femminili che, ad onta del passare dei secoli, nulla hanno perduto del fascino della della loro potente personalità e della loro poesia. Di tutte però solo il nome è stato reso immortale da qualche celebre artista, di molte non conosciamo che il disegno delle labbra. di alcune solo il colore delle chiome… Quasi sempre si è voluto identificare la donna ideale nella sposa tacita e fedele, come Penelope che tesse di giorno e disfa di notte la tela per tenere lontani i pretendenti. mentre Ulisse riempie gli occhi e il cuore di orizzonti diversi e di avventure che hanno il fascino cangiante del nuovo.
Da questo clíché spesso umiliante impostole dalla società e dalla storia nel corso dei secoli. come una sorta di marchio atavico, le donne solo in tempi recenti sono riuscite a svincolarsi consapevolmente.
Eppure ci sono donne che non sono state solo eroine o idoli di bellezza, muse ispiratrici ma per la creatività del proprio ingegno sono esse stesse “grandi”, al pari dell’uomo. E se nella letteratura greca primeggia “Saffo la Divina”, “dal dolce sorriso, dal crine di viole” come la definì il suo contemporaneo Alceo, è Sulpicia I’unico nome di donna della latinità tramandatoci dagli antichi come autrice e compositrice di versi. Nonostante la critica sia discorde nel tributare
ad una donna i sei componimenti conservatici nel Corpus Tibellianum di età augustea (in quanto è plausibile che il suo nome “sia una ‘maschera’ poetica dietro cui si nasconde un autore ignoto) i dubbi persistono ancora oggi sulla paternità o ‘maternità’ di tali epigrammi.
Chi era Sulpicia?
Le scarne e contrastanti notizie che dai componimenti stessi si possono attingere consentono dunque di delineare soltanto un vago abbozzo dell’esistenza di questa personalità eccezionale che si auto-proclama “Servi filia Sulpicia” (I, 18), figlia di Servio Sulpicio Rufo, da identificarsi probabilmente con I’aristocratica nipote dell’omonimo amico di Cicerone e di Valeria, sorella di Messalla, e perciò in tutela dello stesso zio Messalla Corvino. Questa identificazione è stata la più largamente accettata dagli studiosi.
Le elegie di Sulpicia nel Corpus Tibullianum
La struttura del “Corpus Tibullianum“, raccolta di carmi che riunisce nomi di poeti che facevano parte del circolo di Messalla, consta in tutto di tre libri e ciò che interessa sono i cinque componimenti (1l, 8-12 = V, 2-6) di autore ignoto (il cosiddetto ‘ Amicus Sulpiciae’) che cantano l’amore di Sulpicia per l’amato Cerinthus e conosciuti come le “Elegiae d’amore Sulpiciae” (III, 8-12), e soprattutto la sezione “Sulpicia” (II, 13-18 = IV, 7-12), sei brevi elegie, in tutto quaranta versi, attribuite a Sulpicia, che compongono un minuto ‘canzoniere’ indirizzato all’innamorato Cerinthus.
Chi era Cerinthus, l’amato di Sulpicia?
Anche sull’identità dell’amato-amante Cerinto non si sa nulla: pare sia da escludere che sia stato uno schiavo (taluni studiosi avanzano l’ipotesi che possa trattarsi di un amico di Tibullo, Cornutus – Cerinthus sarebbe il nome ellenizzato – citato nell’elegia Il, 215) certamente fu di condizione inferiore a Sulpicia se, in un verso, in un moto di gelosia, la fanciulla aristocratica, ricca ereditiera, oltre che “docta puella”, ricorda con orgoglio di essere Servi filia Sulpicia, la figlia di un Servo Sulpicio ed è pronta a rinfacciarlo all’amante che dubita di lei.
Sulpicia e l’emancipazione femminile nella Roma antica
Sulpicia assume, dunque, i tratti caratteristici di una donna che al pari dell’uomo rivendica un amore disgiunto da qualsiasi convenzione, divenendo così alla fine del I sec. a. C. l’emblema della donna romana non più assoggettata a doveri e convenzioni sociali. “La storia delle donne romane merita particolare attenzione poiché a differenza della storia delle donne greche e delle altre donne antiche non è un passato remoto. E’ il nostro passato prossimo. E forse, in qualche misura, è anche una parte del nostro presente” afferma la studiosa Eva Cantarella, che commenta l’evoluzione del ruolo femminile nell’antica Roma “da Tacita a Sulpicia”, sancendo così l’innegabile attualità di tale tematica.
Il linguaggio amoroso dei versi di Sulpicia
Nei brevi bigliettini, scritti in versi schietti, semplici, con termini d’uso comune, stilisticamente immaturi, ma guidati da autentico moto del cuore, centrale è il tema della passione nella reciprocità (mutuus amor) confessata in maniera spregiudicata, ma ben si evidenzia anche l’attenta analisi in generale dei sentimenti e degli stati d’animo altrui e propri. “Si tratta di componimenti molto brevi, più vicini al tono dell’epigramma che all’andamento dell’elegia” che sembrano nascere da un bisogno di sfogo immediato, che molti definiscono “stile familiare” o “primitivismo spirituale”.
«Tandem venit Amor»: finalmente è venuto l’amore
Uno dei suoi versi più celebri recita: “Tandem venit Amor”…
Finalmente è venuto l’Amore… Energia straordinaria di una ragazza lontana ma anche così vicina all’entusiasmo delle ragazze di ogni tempo.
di Carla Di Giovine