Quando un bambino si annoia. Perché non dobbiamo riempire la sua giornata

«Mi annoio!». È una delle frasi che più facilmente mette in difficoltà un genitore. Di fronte a un bambino che non sa cosa fare, la tentazione è quasi immediata: proporre un gioco, accendere la televisione, prendere il tablet, organizzare un’attività.

Eppure, forse, non è sempre necessario intervenire. La noia fa parte dell’esperienza quotidiana e, soprattutto durante l’infanzia, può rappresentare un’occasione per imparare un concetto importante: che cosa fare quando nessuno ci dice che cosa fare.

In una quotidianità sempre più organizzata e ricca di stimoli, lasciare ai bambini uno spazio non programmato può sembrare quasi una perdita di tempo. In realtà, il gioco libero e il tempo non strutturato possono sostenere importanti aspetti dello sviluppo cognitivo, emotivo e sociale.

L’American Academy of Pediatrics sottolinea da tempo il valore del gioco guidato dal bambino, mentre l’American Psychological Association definisce il gioco non strutturato una componente fondamentale per lo sviluppo fisico, mentale, emotivo e sociale.

La noia non è necessariamente un problema da risolvere

Quando un bambino dice di essere annoiato, l’adulto può avere la sensazione che stia vivendo qualcosa di negativo che richiede una soluzione immediata.

Ma la noia è anche un’esperienza psicologica attraverso cui il bambino può accorgersi che ciò che sta facendo non lo interessa più ed iniziare a cercare un’alternativa.

La ricerca contemporanea considera infatti la noia non soltanto come una sensazione spiacevole, ma anche come un segnale legato alla motivazione: può emergere quando un’attività viene percepita come poco interessante, poco significativa o scarsamente stimolante, è dunque un importante indicatore in grado di orientare le scelte. Questo non significa che ogni momento di noia debba necessariamente trasformarsi in un’esperienza creativa, piuttosto che non è necessario eliminare immediatamente quella sensazione.

Dal “cosa faccio?” al “cosa posso inventare?”

E’ all’interno di questo spazio momentanemanete “vuoto” e ricco di possibilità che il tempo non strutturato diventa particolarmente interessante dal punto di vista psicologico e psico-pedagogico.

Quando un’attività è organizzata dall’adulto, il bambino deve essenzialmente seguirne le regole: qualcuno ha deciso cosa fare, come farlo e, spesso, anche per quanto tempo.

Nel gioco libero, invece, alcune di queste decisioni spettano direttamente al bambino che può scegliere, può decidere di cambiare idea ed inventare nuove regole. Ciò favorisce enormemente il gioco simbolico e stimola l’immaginazione. Il gioco non è semplicemente “intrattenimento”, ma diventa un piccolo esercizio di autonomia.

Una revisione della letteratura sullo sviluppo dell’autoregolazione nei bambini evidenzia proprio il ruolo dell’autonomia e della possibilità di fare scelte significative: il gioco può offrire uno spazio nel quale il bambino decide cosa fare, con chi, come e per quanto tempo.

Anche studi sulle attività quotidiane dei bambini hanno trovato associazioni tra il tempo trascorso in attività meno strutturate e maggiori capacità di controllo cognitivo, come la flessibilità nel passare da una regola all’altra.

La noia, quindi, può diventare una sorta di porta d’ingresso verso l’iniziativa personale.

Imparare a stare “scomodi”

C’è poi un aspetto ancora più importante.

La noia non è una sensazione piacevole e l’istinto porterebbe a rifuggirla, ma proprio per questo può diventare una piccola palestra per imparare a stare dentro un’esperienza emotiva che non ci piace senza doverla eliminare immediatamente.

Un bambino che si annoia può essere frustrato, irritato, inquieto e può avere la sensazione che non stia succedendo nulla. Se ogni volta che compare questo disagio l’adulto interviene immediatamente con un nuovo stimolo, il bambino rischia di avere meno occasioni per sperimentare che una sensazione spiacevole può essere tollerata e può via via cambiare da sola.

Questo non significa lasciare il bambino completamente solo davanti alla propria frustrazione, ma che la presenza di un adulto può rendere riconoscibile ciò che sta vivendo così da validare l’esperienza emotiva del bambino: «Capisco, sei annoiato. Non è molto piacevole».

E poi evitare di trasformare automaticamente la noia in un problema da risolvere, in questo modo il messaggio cambia. Non è: «Se stai male, devo trovare qualcosa per farti stare subito meglio».

Ma: «Quello che provi può essere tollerato. Possiamo attraversarlo e vedere cosa succede».

È un principio vicino a quello dell’autoregolazione emotiva: imparare progressivamente a riconoscere, modulare e gestire i propri stati interni.

La noia può restituire spazio all’immaginazione

Uno dei rischi di una giornata completamente organizzata è che il bambino abbia sempre qualcosa di cui usufruire, da consumare, ma sempre meno spazio per inventare.

Ad esempio: un cartone animato racconta una storia già costruita, un videogioco stabilisce un mondo inventato da altri, delle regole e degli obiettivi, un’attività organizzata stabilisce cosa fare e spesso anche come farlo.

Nel gioco libero, invece, il bambino deve costruire una parte dell’esperienza ed è proprio questa apertura a renderlo particolarmente prezioso.

L’American Academy of Pediatrics sottolinea che il gioco non diretto da adulti permette ai bambini di esercitare creatività, immaginazione, capacità decisionali, negoziazione e risoluzione dei conflitti.

Quando il gioco è guidato direttamente dall’adulto, alcuni di questi benefici possono ridursi perché vengono sottratti al bambino parte del controllo e della possibilità di sperimentare autonomamente.

E se la noia continua?

Qui è importante evitare un’altra trappola: trasformare la noia in un nuovo compito educativo, col rischio che si trasformi in un imperativo pedagogico.

Non dobbiamo pensare che ogni momento vuoto debba produrre creatività, apprendimento o crescita personale. Un bambino può anche annoiarsi e basta. Il ruolo dell’adulto non è trasformare ogni minuto libero in un’opportunità di sviluppo, ma proteggere uno spazio nel quale il bambino possa sperimentare autonomamente cosa fare del proprio tempo.

Anche l’American Academy of Pediatrics invita a proteggere il gioco non strutturato e sottolinea l’importanza di un equilibrio tra attività organizzate, apprendimento e gioco libero.

Non si tratta di demonizzare la tecnologia

Parlare del valore della noia non significa sostenere che televisione, videogiochi o smartphone siano necessariamente dannosi. Il punto non è sostituire ogni schermo con un’ora di “gioco creativo”, ma evitare che ogni momento di vuoto venga automaticamente riempito da uno stimolo esterno.

La stessa American Academy of Pediatrics sottolinea l’importanza di preservare quotidianamente momenti di gioco non strutturato e senza dispositivi, chiedendo alle famiglie di interrogarsi non soltanto sulla quantità di tecnologia utilizzata, ma anche su ciò che essa sostituisce nella vita del bambino.

Il compito dell’adulto: esserci senza riempire

Forse il vero cambiamento di prospettiva riguarda proprio il ruolo dei genitori e il fatto che non è necessario intrattenere continuamente un bambino.

E un aspetto ancor più importante è che non è necessario trovare sempre una soluzione alla sua noia o a qualsiasi emozione percepita come “negativa”, un adulto può essere presente senza essere costantemente direttivo, può infatti offrire materiali semplici, uno spazio sicuro, qualche possibilità e poi lasciare che sia il bambino a prendere l’iniziativa.

Anche oggetti molto semplici possono diventare strumenti di gioco. Una revisione dell’American Academy of Pediatrics sottolinea infatti come materiali e giochi semplici possano offrire maggiori possibilità di creatività e immaginazione rispetto a oggetti estremamente strutturati, che possono rendere il bambino più passivo e dipendente.

La noia non è il vuoto: è uno spazio

In una società che tende a riempire ogni pausa con qualcosa, la noia può sembrare quasi un fallimento. Per un bambino, invece, può diventare uno spazio per immaginare, per scegliere, per provare e sbagliare. Per imparare a stare in una situazione spiacevole senza fuggirne immediatamente e per imparare, poco alla volta, che non tutto ciò che accade dentro di noi deve essere immediatamente eliminato.

La noia, dunque, non va idealizzata: non è automaticamente creativa, educativa o benefica, ma quando viene accolta all’interno di un ambiente sicuro e ricco di possibilità, può trasformarsi in qualcosa di prezioso: un’occasione perché il bambino passi dall’attesa di essere intrattenuto alla scoperta di poter essere lui stesso autore del proprio tempo.

E forse, in un’infanzia sempre più piena di “cose da fare”, è proprio questo lo spazio che rischiamo maggiormente di dimenticare quello dell’ascolto profondo di Sé.

di Beatrice Ilari