In quasi ogni casa esiste almeno un oggetto che, osservato da fuori, sembra non avere più alcuna utilità. Un biglietto del cinema scolorito, una tazza scheggiata, una conchiglia raccolta molti anni fa, una maglietta che non indossiamo più, una lettera conservata in fondo a un cassetto. Se qualcuno ci chiedesse quanto vale, probabilmente risponderemmo poco o niente. Se però ci chiedesse di buttarlo, la risposta potrebbe cambiare.
Perché alcuni oggetti diventano così difficili da lasciare andare? La risposta non sta necessariamente nel loro valore economico e neppure in una generica tendenza ad accumulare. A volte le cose diventano importanti perché smettono di essere soltanto cose. Si legano a un ricordo, a una persona, a una versione di noi stessi o a un periodo della vita che non esiste più nello stesso modo.
La psicologia e l’antropologia degli oggetti ci mostrano qualcosa di molto umano. Abitiamo un mondo materiale, ma riempiamo la materia di significati. Ed è per questo che un oggetto quasi inutile può diventare, silenziosamente, insostituibile.
Non conserviamo soltanto l’oggetto
Uno dei concetti più noti nello studio del rapporto tra persone e possedimenti è quello di extended self, proposto da Russell Belk. L’idea, in forma molto semplice, è che ciò che possediamo possa contribuire a rappresentare e raccontare chi siamo. Non perché la nostra identità coincida con gli oggetti, ma perché alcuni di essi finiscono per entrare nella storia che costruiamo di noi stessi.
Una vecchia macchina fotografica può ricordarci quando abbiamo iniziato a guardare il mondo in un certo modo. Un grembiule può contenere l’immagine di una nonna. Un quaderno dell’università può riportarci a un’età in cui stavamo ancora decidendo chi saremmo diventati.
Una revisione dedicata proprio al rapporto tra possedimenti e memoria ha sottolineato come gli oggetti possano aiutarci a preservare, incarnare e richiamare ricordi personalmente significativi. È un punto importante. Non conserviamo necessariamente un oggetto perché temiamo di dimenticare tutto senza di lui. Più spesso quell’oggetto funziona come una porta. Basta guardarlo o prenderlo in mano e una parte della nostra storia torna improvvisamente più vicina.
Le cose possono diventare piccoli archivi autobiografici
La memoria autobiografica non è una registrazione perfetta del passato. Ricostruiamo i ricordi ogni volta che li richiamiamo, intrecciando dettagli, emozioni, conoscenze successive e significati presenti. Gli oggetti possono entrare in questo processo come indizi concreti.
È facile accorgersene quando si apre una scatola rimasta chiusa per anni. Prima vediamo un oggetto e soltanto dopo arriva la scena. Dove eravamo, chi c’era, che età avevamo, che cosa desideravamo in quel periodo. Talvolta riaffiora persino un dettaglio che credevamo perduto.
Questo non significa che gli oggetti custodiscano letteralmente i ricordi al posto nostro. Sarebbe una metafora presa troppo alla lettera. Significa che possono diventare segnali capaci di facilitare il recupero di esperienze associate.
Ed è forse per questo che separarsi da certe cose produce una sensazione strana. Non stiamo gettando soltanto materia. Abbiamo l’impressione, più o meno consapevole, di allontanarci da qualcosa che quell’oggetto rappresenta.
Un oggetto può tenere vicina una persona
Ci sono poi cose che acquistano valore perché sono appartenute a qualcuno. Un orologio, una ricetta scritta a mano, un libro con una dedica, un utensile usato per anni. In questi casi il valore affettivo non dipende dalla rarità dell’oggetto. Dipende dalla relazione.
La materia diventa una traccia tangibile di un legame.
Questo è evidente negli oggetti ereditati, ma accade anche in situazioni molto più ordinarie. Conserviamo il biglietto di una persona amata, una piccola cosa regalata da un amico, un disegno fatto da un figlio. L’oggetto non sostituisce la persona e non contiene magicamente la relazione. Può però diventare un punto concreto attraverso cui quella relazione viene ricordata.
La ricerca sull’attaccamento agli oggetti ha individuato, tra le diverse funzioni attribuite ai possedimenti, proprio il loro legame con la memoria autobiografica, l’identità, il conforto e le relazioni significative. È importante però non confondere l’attaccamento quotidiano con l’accumulo patologico. Avere alcuni oggetti sentimentali è un’esperienza comune. Il disturbo da accumulo è invece una condizione clinica caratterizzata da difficoltà persistente a separarsi dai beni, accumulo e compromissione significativa degli spazi e del funzionamento quotidiano.
Gli oggetti raccontano anche da dove veniamo
L’antropologia aggiunge un’altra prospettiva. Le cose non raccontano soltanto individui. Raccontano famiglie, luoghi e appartenenze.
Pensiamo agli oggetti che attraversano le generazioni. Un servizio di piatti utilizzato nelle feste, una fotografia, un mobile, una medaglia, una tovaglia ricamata. A volte nessuno ricorda più con precisione l’intera storia dell’oggetto, ma tutti sanno che “è sempre stato in famiglia”.
In altri casi gli oggetti diventano particolarmente importanti quando ci spostiamo. Gli studi sulle culture diasporiche mostrano come alcuni beni portati dal paese d’origine possano contribuire a mantenere un rapporto con il concetto di casa e con l’appartenenza, mentre la persona costruisce contemporaneamente una nuova vita altrove.
Una spezia, un utensile da cucina, una fotografia o un oggetto religioso possono quindi avere una funzione che supera di molto il loro uso pratico. Diventano un ponte materiale tra luoghi e tempi differenti.
Forse per questo le case non sono mai soltanto insiemi di mobili. Sono anche autobiografie tridimensionali, costruite senza che ce ne accorgiamo.
Buttare non significa necessariamente liberarsi
Negli ultimi anni abbiamo imparato a guardare con maggiore attenzione al disordine e al consumo eccessivo. È utile. Vivere circondati da troppe cose può diventare faticoso e liberarsi di ciò che non serve può alleggerire concretamente gli spazi.
Ma esiste anche il rischio opposto, trasformare il distacco dagli oggetti in una nuova regola morale. Come se conservare qualcosa di inutile fosse automaticamente un errore.
Dal punto di vista psicologico la domanda interessante non è quante cose possediamo, ma quale relazione abbiamo con esse. Possiamo conservare una scatola di ricordi senza esserne prigionieri. Possiamo decidere di lasciare andare un oggetto e continuare a custodire ciò che rappresentava. Possiamo anche scoprire che alcune cose hanno terminato la loro funzione nella nostra storia.
Non esiste quindi una formula universale. Il minimalismo può essere liberatorio per qualcuno e irrilevante per qualcun altro. L’attaccamento a un oggetto può essere tenero, identitario, culturale oppure, in condizioni differenti, diventare fonte di sofferenza.
La salute psicologica raramente coincide con una casa perfettamente vuota o perfettamente piena. Conta la libertà che manteniamo nella relazione con ciò che possediamo.
Le cose inutili possono avere un’utilità invisibile
Forse dovremmo allora rivedere la parola inutile.
Una conchiglia che non serve a nulla può ricordarci una vacanza con una persona che amiamo. Un vecchio biglietto può contenere la prova materiale di un giorno in cui eravamo felici. Un oggetto appartenuto a qualcuno può farci sentire, per un istante, meno lontani.
Non è necessario attribuire a queste cose un potere che non hanno. Sono oggetti. Ma gli esseri umani possiedono una capacità straordinaria di costruire significati, e la materia può diventare uno dei luoghi in cui quei significati prendono forma.
La buona notizia è che non tutto ciò che conta deve essere utile nel senso più pratico del termine. Alcune cose meritano spazio perché ci ricordano chi siamo stati, chi abbiamo amato e quali strade ci hanno portato fin qui.
E forse, la prossima volta che apriremo un cassetto e troveremo quell’oggetto che continuiamo a non buttare, potremo farci una domanda diversa. Non “perché lo tengo ancora?”, ma “che cosa sto conservando davvero insieme a lui?”.
di Ilaria Scurtarelli