Cicerone e il dono dell’Amicizia

“Cosa c’è di più bello o di più dolce che avere qualcuno con cui parlare sinceramente come con te stesso?”

“Ciascuno, per natura, ama se stesso: ebbene il vero amico è per così dire un altro te stesso”.

Oggi prevale la tendenza a comunicare con le immagini, gli slogan, gli emoticon. Invece comunicare con la parola, che è prerogativa esclusiva dell’uomo, è il primo fondamento per costruire anche la vera amicizia: parlare, dialogare, confrontare idee e sentimenti. 

Solo il vero amico sa dire parole che risuonano lungamente nell’anima come una musica che conforta e solleva.

Una delle riflessioni più lucide, calde e moderne sull’essenza dei legami umani sul valore dell’amicizia, che ha la stessa radice etimologica di amor, proviene da lontano, da un’operetta morale in forma dialogica composta da Marco Tullio Cicerone, il principe del foro della Roma repubblicana. 

Il De amicitia nel tramonto della Repubblica romana

Il Lelius de Amicitia fu composto nell’estate del 44 a.C. in un momento di profonda crisi per la Repubblica romana, poco dopo l’assassinio di Giulio Cesare quando ai dolori familiari dell’autore si aggiunsero le inquietudini e le amarezze politiche.

Incerto l’avvenire della sua patria, incerto l’avvenire della sua vita.

Cicerone immagina che l’incontro avvenga nel 129 a.C. in seno al circolo degli Scipioni e affida il ruolo di portavoce a Gaio Lelio, colto uomo politico romano che piange la recente scomparsa del suo più grande amico, Scipione l’Africano. 

Dall’alleanza politica alla vera amicizia

Nella Roma antica, il concetto di amicitia era spesso legato alla sfera pubblica e politica: un intreccio di alleanze, favori reciproci e accordi di convenienza tra esponenti della nobiltà. Cicerone opera una vera e propria rivoluzione culturale e sentimentale, scardinando e ripudiando questa visione utilitaristica dell’amicizia.

Nelle pagine dell’opera, l’autore dichiara che la vera amicizia non nasce dal bisogno o dalla ricerca di un vantaggio personale, bensì da una spinta naturale e spontanea del cuore umano verso i propri simili. È un’armonia profonda di tutte le cose umane e divine, accompagnata da un affetto sincero e benevolo. Sebbene la parentela sia un vincolo biologico insito nella natura, l’amicizia viene definita superiore: il legame di sangue rimane anche senza affetto, ma l’amicizia, se privata del sentimento, cessa istantaneamente di esistere. 

Il vero amico sa anche rimproverare

Il pilastro fondamentale su cui poggia l’intera impalcatura del trattato ciceroniano è la virtù. Secondo l’oratore romano, infatti, la vera amicizia non può esistere se non tra i buoni, soltanto tra persone leali e oneste. Non si tratta di una rigidità morale astratta, ma di un presupposto pratico: la stima e l’affetto reciproco si cementano solo quando riconosciamo nell’altro qualità morali elevate. 

Di conseguenza, il De Amicitia stabilisce una regola aurea invalicabile: un amico non può mai essere compagno di vizi. Commettere un’azione disonesta o immorale giustificandosi con il pretesto di averlo fatto “per aiutare un amico” distrugge la base stessa del rapporto. La virtù genera e custodisce il legame; senza di essa, l’amicizia frana.

Il vero amico deve anche rimproverare o evidenziare il comportamento sbagliato dell’altro, ma in segreto, senza esporre l’amico alla pubblica piazza.

Un porto sicuro nelle gioie e nelle sofferenze

Cicerone non si limita ad un’analisi teorica, ma descrive la fenomenologia quotidiana del rapporto amicale con sfumature di straordinaria sensibilità. L’amico è colui che permette di parlare liberamente come se si stesse parlando con se stessi, un porto sicuro capace di raddoppiare le gioie della vita e di dimezzare il peso delle sofferenze. 

L’amicizia autentica non teme la distanza fisica e non si affievolisce con il passare del tempo; al contrario, si solidifica e continua a cementarsi. Addirittura, Cicerone tocca vette poetiche affermando che gli amici scomparsi continuano a vivere nel ricordo e nel cuore di chi resta, sconfiggendo simbolicamente la morte stessa. 

Perché Cicerone parla ancora al nostro tempo

A distanza di oltre duemila anni, l’analisi del De Amicitia mantiene intatta la sua essenza di opera squisita di pensiero e di arte. 

In un contesto sociale in cui le relazioni rischiano di tramutarsi in glaciali algoritmi di “follower” o contratti commerciali, le parole di Cicerone risuonano come un promemoria etico ed umano ancora oggi.

Amicizia, dono divino, inestimabile bene individuale e sociale.

di Carla De Giovine