Giovanni Verga fotografo della realtà

Giovanni Verga non fu solo il padre indiscusso del Verismo letterario italiano, quello che in Francia con Zola o Flaubert si chiamava Naturalisme, ma anche un pionieristico, appassionato, eccellente fotografo.

Per oltre trent’anni, parallelamente alla stesura dei suoi capolavori, l’autore catanese coltivò una “segreta mania” per la camera oscura, imprimendo su lastre di vetro e pellicole la stessa cruda realtà che descriveva nelle sue pagine.

Nato nel 1840, appena un anno dopo la presentazione ufficiale del dagherrotipo a Parigi, Verga visse in un’epoca in cui il rapporto tra letterati e fotografia era ancora fondato su sospettosa cautela.

Luigi Capuana, maestro dietro l’obiettivo

Fu durante i soggiorni a Firenze e Milano, e grazie all’influenza dell’amico e corregionale Luigi Capuana (ritenuto da Verga il suo vero maestro dietro l’obiettivo), che la fotografia divenne parte integrante del suo processo creativo.

Lontano dall’essere un semplice passatempo per gentiluomini benestanti, l’attività fotografica di Verga rappresentava un’estensione diretta della sua poetica. Il principio cardine del Verismo – l’eclissi dell’autore e l’osservazione scientifica del reale – trovava nella macchina fotografica lo strumento tecnologico ideale per catturare “brandelli di realtà” senza idealizzazioni.

Fotografia e Verismo: due modi di osservare la realtà

Difatti come utilizzava l’obiettivo fotografico per rappresentare senza filtri la realtà così nella sua scrittura adottava la postura dell’essere obiettivo nel raffigurare la realtà e la miseria dei “Vinti dalla vita”, la cui denuncia diventava più “vera” anche con l’utilizzo di un frasario italiano con cadenze del dialetto siciliano.

La produzione fotografica verghiana, riscoperta e valorizzata nel corso degli anni attraverso mostre a carattere nazionale, si biforca in due filoni tematici: i ritratti di famiglia e dell’alta borghesia milanese da un lato e il mondo dei vinti, i contadini, i pastori, le lavandaie e la gente umile della campagna siciliana, dall’altro. Sono gli stessi volti che emergono nei primi romanzi e che popolano  le pagine di Vita dei campi o de I Malavoglia…

Nelle sue inquadrature non c’era posa plastica o ricerca del pittoresco. Verga fotografava i suoi soggetti nella loro quotidianità, con sguardi diretti, a volte severi, capaci di raccontare la fatica del vivere.

Le immagini giunte fino a noi restituiscono il ritratto di un autore visivo straordinariamente moderno. La macchina fotografica non serviva a Verga per “copiare” la realtà da trasporre nei romanzi, bensì per educare lo sguardo alla precisione. Curando personalmente lo sviluppo e la stampa delle sue lastre, Verga ha lasciato una preziosa testimonianza storica e antropologica della Sicilia di fine Ottocento, dimostrando che la penna e l’obiettivo, in fondo, rispondevano alla medesima urgenza: raccontare la verità degli uomini.

D.H. Lawrence e l’ammirazione per Mastro-don Gesualdo

Nel 1922 sarà l’autore inglese dell’ “Amante di Lady Chatterley”, David H. Lawrence, a scrivere la prefazione dell’opera verghiana “Mastro Don Gesualdo”, un vero e proprio manifesto della sua ammirazione per l’autore italiano, figlio della Sicilia dei greci e di Omero.

Quello che incanta Lawrence del personaggio Gesualdo Motta è il suo essere totalmente oggettivo, unicamente risolto in una guerra perpetua contro l’esterno, contro il desolato inferno della Sicilia del suo tempo dove non c’è spazio per l’interiore sentimento della propria anima: “Gesualdo non aveva nessun sentimento della sua anima. Egli era oggettivo senza rimorso e senza remissione, come lo sono tutti coloro che vivono nelle terre del sole. Al sole si è oggettivi, nella nebbia e sotto la neve si è soggettivi”.

Luce e calore del Sud Italia a confronto con le nebbie del Nord Europa: è proprio in quest’ottica che ancora oggi possiamo leggere tutta l’opera verghiana, capolavoro letterario e testimonianza visiva insieme di quella vita bruciata dalla fatica, lotta spietata per l’esistenza.