Non solo Petrarca è l’autore di un Canzoniere, ma nella storia della letteratura italiana c’è anche la preziosa opera del poeta triestino del Novecento: Umberto Saba.
In questa raccolta spicca il componimento Prima Fuga (a due voci).
Le Fughe sono voci che si parlano fra di loro, s’inseguono per dirsi cose ora contrastanti ed ora concordanti.
Ma i loro contrasti – come la vita con le sue lotte, a chi potesse guardarla da sufficiente altezza, apparirebbe univoca – sono solo apparenti.
Il titolo stesso della sezione evoca immediatamente il mondo della musica classica, in particolare la forma della “fuga” bachiana, caratterizzata dall’intreccio di diverse voci che si inseguono, virtuosisticamente si scontrano e si riprendono. Saba traspone questa tecnica nella poesia strutturando i testi come dialoghi serrati tra due o più voci interiori.
Le voci sono, in realtà, la voce di Saba; l’espressione – diventata poesia – del sì e del no che egli disse alla vita, alla calda vita, amata ed odiata al tempo stesso e dalla stessa persona. Riflettono uno stato d’animo, del quale Saba sofferse in modo più acuto forse di altri, ma comune agli uomini, che lo portano in sé senza sospettarlo, o almeno senza averne chiara coscienza.
Una voce lieta e una melanconica, una, di fronte alla vita “ottimista” e l’altra “pessimista”, si scambiano, per così dire, le parti, penetrano una nell’altra.
Così Saba stesso, nella storia e cronistoria del Canzoniere, presenta la filosofia da cui nasce sia il contenuto che la forma particolarissima (un dialogo fuso all’interno dei versi) di questa Fuga, in cui l’alternanza tra azzurro e nero, tra positività e negatività dell’esistenza, non si scioglie col prevalere di uno o dell’altro aspetto, ma nella sintesi che testimonia il doloroso amore per la vita.
Un ossimoro e un’antitesi in costante tensione – una singolar tenzone – tra il cielo azzurro e il mare con le antenne che simboleggiano il bello della vita e il nero magazzino di carbone e la sua tetraggine evocativa che racchiude il dolore e la pena, costanti della vita di ogni essere umano.
Dominare l’angoscia e regolare il caos diviene per Saba contrappunto poetico e l’io lirico si frammenta in due parti per mettere in scena il dissidio profondo tra l’attaccamento alla vita e l’angoscia deprimente.
Una lezione attuale e contemporanea ci lascia il Poeta: il peso dell’esistenza si dissolve tuttavia nell’immagine ricca di speranza che costituisce la chiusa del testo, il cielo che è sopra e che con il suo azzurro può vincere le ombre del dolore.
di Carla Di Giovine