C’è qualcosa che gli esseri umani fanno da migliaia di anni e che continuiamo a fare anche senza chiederci davvero perché. Quando accade qualcosa di importante, ci riuniamo. Prepariamo del cibo, invitiamo persone, accendiamo candele, brindiamo, cantiamo, balliamo. In altre parole, festeggiamo. E lo facciamo praticamente ovunque nel mondo.
Cambiano le musiche, i cibi, gli abiti e i rituali, ma rimane una costante sorprendente. Sembra quasi che una gioia, per diventare davvero importante, abbia bisogno di essere condivisa.
Festeggiare è un comportamento antichissimo
Compleanni, matrimoni, nascite, raccolti, passaggi all’età adulta, vittorie, ricorrenze religiose, cambi di stagione.
Le società umane hanno sempre trovato qualcosa da celebrare.
Naturalmente non tutte le culture festeggiano le stesse cose e non lo fanno nello stesso modo. Ed è proprio questo uno degli aspetti più affascinanti dal punto di vista antropologico.
Una festa racconta molto del gruppo che la celebra.
Ci dice che cosa considera importante, quali avvenimenti meritano di essere ricordati, quali valori vuole tramandare e perfino quale rapporto ha con il tempo.
Festeggiare, quindi, non significa semplicemente divertirsi. Significa dire collettivamente: “Questo momento conta”.
Perché abbiamo bisogno dei rituali?
Pensiamo a un compleanno. Da un punto di vista strettamente pratico, non sarebbe necessario fare nulla. Siamo semplicemente un giorno più vecchi rispetto al giorno precedente.
Eppure mettiamo delle candeline sopra una torta, cantiamo una canzone che tutti conoscono, esprimiamo un desiderio, soffiamo e applaudiamo.
È un rituale. La cosa interessante dei rituali è proprio questa. Sono costituiti da azioni che acquistano significato perché vengono ripetute e condivise. Ci aiutano a dare una forma ai passaggi della vita.
Un matrimonio segna simbolicamente un’unione. Una laurea rende visibile la conclusione di un percorso. Una festa di compleanno separa idealmente un anno da quello successivo.
Il tempo scorre comunque, ma noi esseri umani abbiamo inventato dei modi per fermarci e dire: ricordiamoci di questo momento.
Quella strana energia che nasce quando siamo insieme
All’inizio del Novecento il sociologo Émile Durkheim osservò qualcosa di particolare nelle celebrazioni collettive.
Quando molte persone si riuniscono, compiono gli stessi gesti, condividono simboli e provano emozioni insieme, può nascere una sensazione difficile da sperimentare nello stesso modo individualmente.
Durkheim la chiamò “effervescenza collettiva“. È quella particolare energia che possiamo riconoscere in esperienze molto diverse. Un’intera piazza che festeggia. Un pubblico che canta la stessa canzone durante un concerto. Una famiglia che esplode in un applauso durante un compleanno. Migliaia di persone che esultano nello stesso istante allo stadio.
Per qualche momento l’emozione non sembra appartenere soltanto al singolo. Diventa qualcosa che circola tra le persone.
A distanza di oltre un secolo, la psicologia sociale ha ripreso questa intuizione. Le ricerche sulla sincronizzazione emotiva nelle riunioni collettive suggeriscono che condividere emozioni e comportamenti può essere associato a maggiore senso di appartenenza, coesione e benessere.
Durkheim, insomma, aveva intuito qualcosa che oggi possiamo studiare anche sperimentalmente.
La felicità degli altri può amplificare la nostra
C’è una differenza evidente tra ricevere una bella notizia da soli e comunicarla immediatamente a qualcuno.
Abbiamo superato un esame, ottenuto un lavoro, raggiunto un risultato che aspettavamo da tempo.
Che cosa facciamo molto spesso?
Prendiamo il telefono. “Devo dirti una cosa.”
È interessante che il nostro impulso non sia soltanto quello di provare gioia, ma anche quello di raccontarla.
Le emozioni positive hanno una forte dimensione sociale. Condividerle permette agli altri di partecipare alla nostra esperienza e, contemporaneamente, rende quell’esperienza ancora più significativa per noi.
Forse è anche per questo che alcune felicità sembrano incomplete finché non incontrano lo sguardo di qualcuno.
Non perché non sappiamo essere felici da soli, ma perché siamo esseri profondamente relazionali.
Cantare, ballare e muoversi insieme non è casuale
Se osserviamo le feste nel mondo troviamo continuamente persone che fanno qualcosa contemporaneamente.
Cantano insieme. Ballano. Battono le mani. Camminano. Ripetono gesti. Seguono lo stesso ritmo.
Questa sincronizzazione non è un dettaglio folkloristico.
Gli studi sui comportamenti sincronizzati suggeriscono che fare qualcosa insieme agli altri può favorire la sensazione di connessione sociale.
Probabilmente abbiamo sperimentato tutti qualcosa di simile.
Cantare la nostra canzone preferita da soli in macchina può essere piacevole. Cantare quella stessa canzone insieme a migliaia di persone durante un concerto produce un’esperienza completamente diversa.
La canzone è la stessa. Quello che cambia sono gli altri.
Le feste costruiscono anche ricordi
Le celebrazioni hanno poi un’altra funzione importante. Organizzano la nostra memoria.
Possiamo non ricordare quasi nulla di un determinato anno, ma ricordare perfettamente una festa avvenuta durante quell’anno.
Ricordiamo chi c’era, una canzone, una frase, una torta venuta malissimo, qualcuno che ballava in maniera improbabile.
I rituali creano punti di riferimento.
Forse è anche per questo che conserviamo fotografie, biglietti, bomboniere, piccoli oggetti apparentemente inutili.
Non conserviamo soltanto cose.
Conserviamo porte di accesso ai ricordi.
Non servono grandi occasioni per celebrare
Da adulti rischiamo qualche volta di riservare le celebrazioni esclusivamente agli avvenimenti ufficialmente importanti.
Matrimoni. Lauree. Promozioni. Anniversari.
Ma forse potremmo recuperare una parte della funzione più antica della festa e applicarla anche alle piccole conquiste.
La fine di un periodo difficile. Un progetto concluso. Un cambiamento che ci è costato fatica. Un amico che finalmente torna. Una decisione importante. Persino una settimana particolarmente impegnativa che siamo riusciti ad attraversare.
Celebrare non significa necessariamente organizzare una festa. Può essere una cena, un brindisi, una passeggiata insieme, un dolce comprato apposta. Il punto non è quanto sia grande la celebrazione. È concedere a qualcosa il diritto di essere riconosciuto.
Forse festeggiamo per ricordarci che siamo insieme
Potremmo attraversare tutta la vita senza candeline, brindisi, anniversari e canzoni cantate in coro.
Il tempo continuerebbe a passare esattamente nello stesso modo.
Eppure da migliaia di anni continuiamo ostinatamente a creare occasioni per interromperlo.
Ci riuniamo. Prepariamo qualcosa. Chiamiamo le persone che amiamo. E trasformiamo un giorno in un giorno da ricordare.
Forse una festa serve proprio a questo. A ricordarci che la felicità non è soltanto qualcosa che proviamo. È anche qualcosa che possiamo costruire, riconoscere e condividere. E certe gioie, quando passano da una persona all’altra, invece di dividersi sembrano diventare più grandi.
di Ilaria Scurtarelli